venerdì, aprile 02, 2004

I Quaderni del blog Poesia da fare in formato pdf..

I e II Quaderno del 2003.

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giovedì, aprile 01, 2004

Guido Caserza

Nuove Bolge

 

TRENTADUE

                                    (il pioteresa)

 

 

La donna che bestial vita far fece

nelle gran case del Signore or giace

col santo che il codon di nera prece

al vago collo le serra tenace.

A tante piaghe Caìna s’adusa:

mai furon membra tanto attorte in brace

che par la prima salga in fuoco fusa

ad imbarbarsi di quel serpe rio:

mentre a quel tanfo lesto l’altro musa

dimon diviene la serva di Dio.

 

 

OTTO               

                                      (il previti)

 

 

Odo rugghiare con pestilenziale

fiato colui che per coperte vie

gonfiò la sozza greppia. È l’animale

dagli occhi morti ai neri eterni die

qual cuneo fitto a bieco testimonio.

«Grida chi egli sia». Dal fondo uscie

la voce cupa di un grande demonio.

«Previti!» io gridai, «è lui il cagnazzo,

questo potente falsator di conio,

costui che latra con la bocca al guazzo.»

 

 

DIECI

(il gardini)

 

 

 

Come il ciocco che al fuoco geme lento

e cigolando manda strani suoni

così Gardini mosso da gran vento

par che soffiando alla sua tomba tomi.

Ma alzando la chiostra al ceppo commessa

coi rotti denti par poi si dischiomi

svelando la gran gola, rossa e fessa,

che intorno al legno di sè fece groppo.

Spietato s’issa dalla turba spessa

a mostrar sotto il cranio il vuoto coppo.

 

 

 

VENTOTTO

                                      (il cè)

 

 

Ratto emerge dal fondo della conca

il Cè udendo il mio passo scaltro. Mozze

ha le mani e sui moncherin la roncola

muove per l’aura fosca. Tra le sozze

chiappe trulla un velen che tutto appuzza

ed ei di sè musando apre le tozze

gambe, poi la storpiata vista aguzza

a me dicendo: «or guarda questa cosca

della schifosa gente che va truzza

da tomba a tomba come a merda mosca.»

 

 

NOVE

 

                          (il tronchetti provera)

 

 

Come mastino le bramose canne

apre. Agognando il pasto alla Bicocca

il lesto levrier Tronchetti le zanne

lentamente lima alla dura rocca.

Lontan Provera ruba da un par l’osso,

poi guizzando svelto fra scocca e scocca

rintana il bianco ceffo in cima al dosso:

a quei pendenti pie’ cagne fan ressa

che saltan forti e snelle sopra un fosso

per farne strame nella roccia fessa.

 

 

 

DICIASETTE

                                  (il baget bozzo)

 

 

Qual leppo e qual gran vapore vien fuori

da sotto quegli spalti: «guarda! è il Bozzo

che cuoce tra le fiamme con quei mori:

nella bollente broda dan di cozzo

come svelte lepri tra loffa e loffa

coi roncigli aprendolo fino al gozzo.»

«Baget, or dimmi prete, di che stoffa

è fodrato il tuo pozzo: non fa motto,

mentre tu sbuffi dalla lorda coffa,

che non sia con il culo insieme rotto.»

 

 

 

 

VENTINOVE

                                      (lo storace)

 

 

Come la sabbia quando soffia il vento

s’avvolge e poi a quei refoli altrove

leggér s’aggira, così per spavento

quell’ombre verso van le pene nuove.

Storace, il gran vermo che tutto acceffa,

per l’aere mostra le vermiglie code,

ma come con le sue zanne s’aggueffa

quell’ombre a questa cresta tornan pronte

e giù lo spingon facendone beffa,

giù nel merdon dove divalla il monte.

 

Guido Caserza

Nuove Bolge

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giovedì, aprile 01, 2004

A cura di Pino Tripodi

Da: Vivere malgrado la vita

L’attimo del diavolo

 

Prima ero tutto intero. Io sono nato intero. Intero ho fatto il bambino, intero ho fatto l’adolescente. Intero ho frequentato il liceo. Sono rimasto intero fino a quando l’attimo del diavolo non è piombato nella mia vita. Prima di quell’attimo che ha cambiato il corso della mia vita tutto era pronto effettivamente per una svolta. Tutto presumeva che fosse una svolta felice o quantomeno interessante. Quel giorno era di luglio. La giornata andava a concludersi come meglio non avrebbe potuto. Di mattina mi ero congedato dalla scuola. Gli orali della maturità si erano svolti nel migliore dei modi. Molto probabilmente mi sarei licenziato dalla scuola con il massimo dei voti. Il caso aveva voluto che quel giorno coincidesse con il mio compleanno. Quel giorno ho compiuto18 anni. Diciotto anni e la maturità in tasca nella medesima giornata. Maturo per la legge, maturo per la scuola. Maturo. Un giorno che tutti attendono, che tutti si immaginano come straordinario. Un giorno in cui si può passare a diversa vita, in cui la famiglia, la scuola e la società si dimostrano pronte ad accoglierti nella tua personalità, nella tua individualità, nella tua maturità, appunto. Un giorno fortunato, quel giorno, non c’è che dire. Un giorno eccezionale da ricordare, da raccontare per tutta la vita.

Un giorno in cui, però, si insinuano, accanto all’euforia, il dubbio, l’insicurezza, la paura. Cambiare comporta la necessità di cambiarsi. Questo doppio mutamento ti appassiona e ti spaventa similmente a ciò che avviene la prima volta che fai l’amore o la prima volta che parti per una dimensione desiderata e in qualche modo sconosciuta. Attendi con trepidazione quel momento, ma ti fai sotto dalla paura. Come affrontare quella paura? Come rimuovere l'insicurezza? Non so se capita proprio a tutti; io ho affrontato sempre quella paura e quell’insicurezza facendo di tutto per stordirmi, per arrivare a uno stato modificato di coscienza che potesse seppellire, anche solo per un momento, quella sensazione di panico terrore. La paura ti costringe a fuggire, l’insicurezza ti obbliga a non sopportare le pause, i tempi morti della discussione, della musica, della vita. Per rimuovere la paura e l’insicurezza devi vivere in una velocità assoluta e in un tempo totalmente privo di pause. Pensare, riflettere, ragionare, meditare sono abilità che ti fanno piombare nella paura e nell’insicurezza. Quando desideri cambiare tutto e non sai neanche cosa ciò voglia dire, l’unica idea che hai è di muoverti freneticamente non importa per quale meta, di ridere senza sapere perché, di parlare in modo automatico, di andare veloce, di ascoltare ad altissimo volume la musica del nulla per non sentire i rumori del mondo. Quando non sai se riuscirai a cambiarti, quando non sai esattamente cosa significa cambiare, ma desideri ardentemente cambiare, hai bisogno di diventare un automa che nella meccanica infernale dei suoi gesti scaccia ogni paura. Proprio allora, in quel momento in cui desideri di presentarti al mondo, di marcare l’individualità della tua personalità, hai bisogno di fare l’automa spersonalizzato privo di volontà; proprio allora, quando vuoi urlare al mondo la tua intelligenza, hai bisogno di fare l’idiota; proprio allora, quando hai bisogno di vivere, vuoi toccare con mano la sensazione della morte.

Oggi dico ciò, ma allora, quel giorno, non avevo nessuno di questi pensieri. Niente e nessuno avrebbe potuto scuotermi. In quella dimensione autistica in cui il mondo deve coincidere e risolversi in te, è impossibile pensare, è impossibile ascoltare, è impossibile sentire tutto ciò che non vuoi sentire. Ogni qual volta si risolve in te, il mondo non esiste.

L’unico elemento premonitore fu la lunga discussione, in sede d’esami, su Il visconte dimezzato di Italo Calvino. Quel libro mi era piaciuto molto non tanto per gli elementi comici e favolistici che vi emergevano, ma soprattutto per quella scrittura straordinariamente lieve dalla quale tuttavia si mostravano i tanti volti dell’identità. Nella lettura di quel libro non ero rimasto impressionato dal corpo dimezzato del visconte, ma dalla sua identità schizoide. A pensarci come si pensa quando il pensare è totalmente inutile, a cosa fatta, Il visconte dimezzato non era per me un personaggio letterario partorito dalla geniale mente di Calvino. Quel personaggio mi aveva colpito profondamente perché ero stato colto in una zona della personalità nella quale il mio pensiero non si era mai arrischiato. Leggendo quel libro, discutendolo con i miei professori, avevo compreso i possibili deliri dell’identità, ovvero della mente, ma rimanevo ben distante dal comprendere i possibili deliri del corpo. Continuavo a preoccuparmi della mente, ma gli abissi del corpo, i suoi possibili deliri, le sue eventuali amputazioni, le sue precarie identità rimanevano per me esclusivi fingimenti letterari, metafore ridanciane e favolistiche. Continuavo a pensare che il problema dell’identità riguardasse la mente, non il corpo. Mi preoccupavo dell’intangibilità della mente, ma di quella del corpo non osavo avere dubbi. La premonizione la si coglie sempre a posteriori e arriva strafottente come una burla. Il segnale della premonizione è tale, infatti, che al momento in cui compare non ha nulla di codificabile. Quando pensi a ciò che avresti potuto fare per effetto di quella premonizione il pensiero è ormai totalmente scaduto. A pensarlo ti può solo far male come succede quando ti cibi di alimenti avariati. Eppure, la nostra mente ritorna sempre ossessivamente ai pensieri impossibili o ai pensieri scaduti. Ricordo ancora le parole di disapprovazione che ebbi nei confronti del presidente della commissione. Lui non condivideva il mio interesse per Calvino. Mi pare che Lei, mi disse, tratta Calvino come un Pirandello o un Dostoevskij. Tutto sommato, invece, Calvino è soprattutto uno scrittore di fiabe. Anche se Calvino fosse esclusivamente uno scrittore di fiabe, risposi, non vedo perché le fiabe dovrebbero essere confinate nel limbo della letteratura minore.

Quella discussione non fu dimezzata. Continuò a lungo e dopo che finì riaffiorò un paio di volte mentre si discuteva di Hegel, di soggetto e oggetto, di ideale e di razionale. Il Visconte dimezzato fu la cifra del mio colloquio senza che nessuno tra i professori e tantomeno io avessimo puntato particolarmente su quel libro o sul suo autore.

Il colloquio finì con abbracci e baci e congratulazioni che si sprecavano. Non bastassero quelli della commissione, dovetti affrontare l’orda di amici che, mobilitati da non so chi, avevano assistito all’esame. Ero ovviamente contento di tutta quell’attenzione, ma desideravo cambiare pagina. In tutti quei volti che mi abbracciavano riconoscevo il mio passato. Il mio futuro, però, non sarebbe appartenuto a loro. Non sarebbe stato condiviso con loro. Li osservavo fugacemente e nei loro visi intravedevo il ricordo che avrei avuto al momento di partire. I miei amici festeggiavano la mia presenza, io già mi preparavo alla loro assenza. Nei loro sguardi riconoscevo la presenza, nel mio sguardo io avrei potuto certamente leggere l’abbandono. Mentre li salutavo uno a uno pensavo: non ti vedrò più, grazie; ci vedremo fra un anno, forse; hai finito di scocciarmi, pirla; ti ricorderò con piacere; mi spiace non aver fatto l’amore con te, ma non importa; cosa ci fai qui, pezzo di merda; ci incontreremo da qualche parte, no? Tra tutti i presenti, solo due persone capivano perfettamente che quella a cui partecipavano era una festa di commiato definitiva. La prima, che sa leggere ogni mia emozione, ogni mio sentimento più di quanto sappia fare io, era la mia sorellina. Se ne stava in un angolo, sola nella folla, a lacrimare silenziosa e discreta. Era felicissima per me, ma sapeva quanto le sarebbe costata la mia assenza. Conosceva quel costo, ma non avrebbe fatto nulla per ostacolarlo, anzi fece tutt’altro. Da tempo si preparava a quel momento. Risparmiava ciò che le era possibile per farmi un regalo che mi diede lì, subito: un biglietto solo andata per Parigi e il libro di Benjamin sulla città; un modo per dirmi; mi dispiace, ma è giusto che tu vada.

La seconda fu la mia fidanzata. Ci conoscevamo da sempre e stavamo assieme da tre anni. Le volevo molto bene; ero, come si suol dire, innamorato di lei. Anche lei lo era, ma il suo innamoramento era molto differente dal mio. Per me era scontato che dal giorno dopo ciascuno avrebbe preso la propria strada. Lo ritenevo così normale che mi dava fastidio anche discutere della questione.

 

A cura di Pino Tripodi

Da: Vivere malgrado la vita

L’attimo del diavolo

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giovedì, aprile 01, 2004

A cura di pino Tripodi

Da: Vivere malgrado la vita

La fine infinita

 

Ci muovemmo dal ristorante a notte ormai fonda dopo aver raccolto il solito cesto di baci, saluti e doni. All’uscita dovetti litigare col mio amico dalla centoventiquattro gialla taxi per due motivi. Il primo legato alla cocaina. Io non avevo mai assunto coca, eroina o altro. Nel nostro mondo di trasgressione assoluta le droghe pesanti erano ancora considerate tabù; vigeva una contrapposizione ideologica assoluta - quasi a segnalare lo spartiacque tra il bene e il male - tra droghe leggere e droghe pesanti. Io tra l’altro in questo, ma non solo, ero fuori posto in quel mondo. Indifferente verso i miei amici che fumavano erba, cosa che facevano di sovente, ero al di qua della linea del bene e al di là della linea del male, estraneo al bene del fumo e contrario nei confronti del male dell’eroina cocaina et similia. Non avrei levato nessuna parola per diffondere il bene né avrei mai guidato una crociata contro il male. Il bene e il male, questa è l’idea che mi sono fatto, spesso si vedono da una prospettiva troppo singolare, particolare, piccina, interessata. Si vedono dall'assoluto della propria condizione esistenziale. Quell’assoluto, però, è una pura invenzione retorica nei confronti di se stessi. Una condizione con la quale ci si prende in giro senza averne coscienza. L’esistenza, diceva a ragione un mio caro amico, è unica ma non assoluta. Pensare che possa essere assoluta oltre che unica rende possibile che molti uomini diventino particolarmente abili a cacciare le lucciole in luogo delle lanterne. In quella dimensione retorica dell’assoluto, si ha il bisogno di confondere il bene con l’amico, col vissuto, con l’esperito, col conosciuto. Ciò che viceversa esula dalla propria dimensione esistenziale, ciò che non si può vedere dalla prigione della propria mente, viene trasformato in nemico. In questa dimensione, quando si evoca il male si può intuire un nemico. Non discuto sulla possibilità che nemico e male possano coincidere oltre la dimensione retorica del proprio assoluto, credo però che, al di là di questa possibilità, sia proprio quel confine impossibile da vedere ai più. La linea tra il bene e il male si sposta in continuazione particolarmente per quei soggetti che pensano di averla individuata una volta per sempre. Quel limite ciascuno lo valica più facilmente di come si possa valicare una pianura, ma per essere disposto a riconoscerlo si fa più fatica di quella richiesta per valicare il confine tra la vita e la morte. Per conoscere degnamente la linea di quel confine si renderebbe necessario pensarla non come limite tra il bene e il male, tra l’amico e il nemico, tra l’ignoto e il conosciuto, ma come uno spazio occupato dalle sabbie mobili, un luogo in cui ci si impantana inevitabilmente se si ha la presunzione di camminarci dentro. Io evitavo di impantanarmi nelle sabbie mobili del distinguo tra droghe leggere e droghe pesanti. Troppo ovvio, troppo scontato, troppo facile per essere vero. Confine troppo labile per separare veramente.

Una sola volta avevo provato a fumare hashish, ma ero stato malissimo. L’amico che mi aveva, senza fortuna, iniziato ne concluse che ero troppo drogato di testa per sopportare il fumo. Non avevo più fumato nonostante amassi particolarmente il profumo della marijuana. Ma in quella serata il mio limite non era mobile. La linea per distinguere esattamente ciò che si deve da ciò che non si deve fare era per me semplicemente inesistente. L’assenza di quel limite rese possibile che di fronte a quattro conoscenti sorpresi a sniffare coca anziché reagire duramente accettai la proposta di fare un giro intorno alla loro pista di polvere bianca. La sensazione che ne ebbi fu tutt’altro che trascendentale. Cominciai a provare un fastidio terribile; le narici erano pervase da un prurito micidiale che mi costrinse a vari, inutili, escamotage per potermene in fretta liberare. Non ero certo entusiasta di quella prima, e ultima, esperienza con la cocaina, ma ciò non bastò a evitare l’ira del mio amico taxi giallo.

Sopporti che quattro coglioni partecipino alla tua festa e non contento li legittimi sniffando assieme a loro quella sostanza in grado di ridurre tutta la vita in polvere. Polverizzata la cocaina, ma ancora di più lo sono le tue idee e il tuo cervello. Mandali affanculo prima che ti spedisca io a quel paese una volta per tutte. Trovavo troppo dure e moralistiche le sue parole.

Se ho capito bene mi stai ricattando.

Hai capito benissimo. Siccome non sei in grado di capire le mie ragioni, siccome hai perso il lume della ragione, ti ricatto: non ci può essere compatibilità tra la mia amicizia e la loro idiozia. Io non bado, lo sai, a ciò che fai e a quello che pensi, ma la mia tolleranza ha un limite. La tolleranza non è, ricordi?, un campo sterminato nel quale ciascuno fa ciò che vuole nell’assoluta indifferenza. La tolleranza è un amico prezioso a condizione che il tollerabile sia responsabile di fronte a se stesso degli atti che compie. L’assenza di responsabilità copre d’infamia anche l’atto più sacrosanto. La tolleranza non è una coperta con la quale si cela ogni insania. La tolleranza è un credito di fiducia emesso dal mondo. Ci sono atti che minano questo credito, che valicano i princìpi di tolleranza. Se continui ad avere a che fare a qualsiasi titolo con gli spacciatori di morte evita di farti vedere. Io non potrò tollerare di continuare a vederti.

Impiegai non poco a smussare quella polemica dal mio punto di vista assolutamente gratuita. Io non avrei mai più potuto assumere cocaina, lui lo sapeva. Che senso aveva affrontarmi così a muso duro. Posso anche pensare che tu non ti farai mai più di coca, ma tollerare che abbia titolarità di presenza tra i tuoi amici, nella tua vita, è un’infamia più grande. Ciascuno di noi, dovresti saperlo, non è responsabile degli atti che compie solo verso se stesso. Fosse così, pochi uomini si salverebbero. Con la responsabilità verso se stessi il mondo si può raggirare come si fa con una frittata di cipolle. Ciascuno è responsabile di fronte al mondo intero di ogni suo respiro. Nella tua macchia si sporca il mondo intero. Questa retorica universalista, quest’assenza di discrimine tra l’io e il mondo creava ai miei occhi un io mondo impossibile, troppo elitario. Un mondo a immagine della saggezza è più improbabile di un mondo a immagine di Dio. Non si può vivere sempre sul chi vive con la paura di deragliare continuamente da quest’armonia tra sé e il mondo. Un’armonia del genere non appartiene alla musica del mondo. Nella musica del mondo steccare è sempre possibile. Ti immagini se un musicista alla prima stecca smettesse di suonare? E allora, come pretendi sintonia totale tra te e il mondo, anzi, tra te e la tua idea del mondo o più esattamente tra i tuoi atti e la tua idea del mondo. L’imperfettibilità non appartiene solo agli uomini del mondo, ma appartiene al mondo stesso. Se il mondo è disarmonico, come puoi pretendere che io faccia finta di non saperlo e mi comporti come se fossi una delle note della sua grande armonia. Sarebbe una nota stonata. Per essere in sintonia con il mondo occorre sapere di convivere con il suo caos e far finta di giocare col suo ordine. Sregolato dall’ordine. Sregolato dal proprio ordine. Io. Il mondo.

Ti stai trincerando dietro un paravento degno della peggior dialettica. Ogni uomo subisce gli strappi di quel continuo gioco del tiro alla fune in cui è sospesa la sua esistenza: agli estremi della corda giocano a strattonarsi l’io sé e l’io mondo. Ci sono fasi della vita in cui le forze dell’io sé o quelle dell’io mondo ti sembreranno impari paragonate alle tue, ma la più grande saggezza sta nel riuscire a mantenere sempre l’equilibrio tra i due. L’io mondo ti evita di crollare nel baratro dell’assolutezza dell’io. L’io sé ti guida come una bussola in un mondo altrimenti troppo grande per non perdersi.

Ci stavamo perdendo in una discussione troppo incensata per essere vera.

Riuscii ad ammansirlo con un abbraccio lungo lungo. Ti voglio bene anche se mi consideri male. Ti voglio bene non ti preoccupare. Ti voglio bene non mi lasciare.

Ma quando l’aria è satura di fulmini chiudere gli occhi non li evita.

Il secondo litigio arrivò poco dopo: voleva a tutti i costi accompagnarmi a casa. Non puoi guidare; non sei nelle condizioni di poterlo fare. Lascia la macchina a qualcun altro e sali sul mio taxi oppure fai guidare a me la tua Giulietta.

Smettila di fare il papà da quattro soldi. Tu non sei la mia coscienza, mi sarebbe insopportabile.

Che io non sia la tua coscienza è fuori dubbio; ciò non ti assolve dall’incoscienza in cui ti trovi. Non capisco da dove ti derivi tutta quest’ansia. Non sono ansioso; continui a parlare sballando continuamente le parole. Ciò mi dimostra che sei in uno stato confusionale. Confondi la preoccupazione con l’ansia. Adesso non mi vorrai dire che la preoccupazione ha a che fare con la preveggenza. Non so con che cosa ha a che fare; so soltanto che la preoccupazione proviene da un’analisi delle condizioni del possibile; l’ansia da una forma patologica che non dipende da alcun dato di fatto.

Adesso non pretenderai di limitare nettamente il normale dal patologico.

Non pretendo assolutamente nulla, men che meno di discutere di filosofia con una persona nelle tue condizioni. Voglio soltanto impedirti di commettere altre cazzate. Del resto, se oggi pomeriggio non mi fossi addormentato, saresti venuto qui con la mia macchina, come d’accordo, vero? E allora? Allora avresti evitato di compiere la prima cazzata della giornata rubando l’automobile a tuo padre.

Ascolta, siccome sei sempre buono a indicare i limiti tra il bene e il male, tra il brutto e il bello, tra le minchiate e i minchioni, tra questo e quello, ho il piacere di informarti che anch’io da questo momento condivido con te il pensiero del limite. Ho il piacere di avvisarti che hai superato ampiamente il limite che separa l’amico dal rompicoglioni.

Detto questo, chiamai gli amici dell’andata, mi infilai in macchina e partii di scatto.

Non mandavo giù quel litigio. Continuavo a bofonchiare contro le sue pretese rompicoglionesche. Meccanicamente, per puro sfogo nervoso, forzavo le marce e spingevo il piè destro sull’acceleratore. Cretino di un aborto di filosofo da strapazzo. Ma chi si sente d’essere. Non sopporto che mio padre metta becco sulla più piccola stupidaggine della mia vita e dovrei tollerare il suo atteggiarsi a fratello geloso e autoritario. Smanettare con le marce, pigiare sull’acceleratore. Lascialo perdere, la sua è solo invidia. Senti, assoluto del cazzo; la sua sarà solo invidia, ma tu evita di tranciare giudizi da macellaio. I problemi coi miei amici me li risolvo da solo, capito? Va bene, scusa, volevo solo invitarti a non rovinare la serata. Smanettare, pigiare. Ero pervaso da un’ira che si autoalimentava a ogni parola. Mi conoscevo a sufficienza per sapere come bloccarla. Smanettare, pigiare non era sufficiente. Frenai di botta al primo rettilineo. Scesi dalla macchina, girai verso la portiera accanto, la presi per mano. Aspettate, se avete voglia, altrimenti tornatevene in autostop. Facemmo ancora l’amore, a lungo, in piedi, per terra, sul bordo della strada. Toccare la sua pelle, sentirla tra le mie braccia mi conduceva di nuovo, piano piano, verso quella condizione di forza, di potenza, di facoltà di sfidare il limite dalla quale mi aveva distratto il mio amico. Poi tornammo verso l’automobile, ma ad attenderci c’era solo il gemello, che si era addormentato dopo la piega che aveva preso la serata; assoluto e la sorellina avevano finalmente rotto gli indugi e si erano imboscati da qualche parte. Cominciammo a chiamarli a squarciagola e a scherzare sul loro faccendare. Arrivarono dopo un bel po’ avvinghiati come fanno gli innamorati solo al loro primo incontro d’amore. Sembravano veramente felici, non avevano alcuna voglia di tornare a casa. Cominciarono a fare proposte sulla continuazione della nottata. Una notte indimenticabile come questa non va spenta. Guardai divertito la sorellina che aveva pronunciato quelle parole. Tra risate, abbracci e baci - e il sottofondo dei sogni russati del gemello - discutemmo le proposte degne dell’alba che attendeva il mondo. Dovevamo fissarle un appuntamento e andarle incontro o sulla vetta più alta o sul mare più bello. Decidemmo di incontrare l’alba su mare più bello, quello che guida ogni orizzonte, quello che ascolti nella purezza del suo suono ogni volta che il tuo orecchio è accarezzato dalla grande musica, quello che ti strugge di nostalgia quando non è alla portata dei tuoi occhi, quello che riconosci come la tua casa del tempo immemore in cui naufrago non avevi ancora trovato ospitalità nel ventre della madre, quello che ti accoglierà ancora quando non lo sai. Andammo verso l’appuntamento con l’alba in quel mare. Avevamo fretta di arrivarci. Avevamo desiderio di sentirci come lui. Grandi, potenti, profondi, accoglienti, capaci di cingere d’entusiasmo e di passione la vita come il mare fa con la terra. Con l’alba di quel mare doveva iniziare la nuova vita, quella che ogni giorno attende chi è felice. Chi è felice vede sempre l’alba della vita anche quando si trova al tramontar dei giorni. La nostra notte era un’alba che non tramonta mai, un inizio che disdegna ogni possibilità della fine. L’idea stessa della fine ci sembrava poter appartenere soltanto alle cose che non hanno mai avuto inizio. L’inizio non ha fine. La sua durata esula dalla dimensione del tempo. Andavamo a conoscere l’inizio per decretare il nostro rifiuto della fine. Solo il nulla finisce, solo senza inizio. Iniziò a chinarsi su di me, con la testa e la sua mano tra il mio busto, il mio braccio destro e il cambio delle marce. Mi accarezzava lentamente, dolcemente facendo vibrare di piacere ogni infinitesimo del mio corpo. In silenzio. Assoluto e la sorellina dietro smanettavano tra i loro corpi compatibilmente con lo spazio nel quale erano ristretti. Quando le loro bocche erano libere da altri impegni, diversamente da noi, avevano bisogno di urlare al mondo la loro gioia. Assoluto mi incitava ad andare più forte, ad accelerare. La sorellina rideva in continuazione. Le sue risate urlate dovute, credo, al suo stato di eccitazione, non ad altro, riuscivano a distrarre dal suo sopore il mio gemello. Chiudile la bocca in qualche modo, cazzo. Ma quando arriviamo a casa. Scordatela la casa e chiudi la tua boccaccia. A queste parole assoluto accompagnò il gesto di porgergli una bottiglia mignon d’amaro. Impegna la tua bocca in qualche modo, così non parli e non russi. Stizzito, rifiutò l’amaro e cominciò ad agitare la mano con la bottiglietta imprecando contro assoluto. Io, più per fermargli la mano che per altro, impugnai la bottiglietta. Poi, meccanicamente, la misi alla bocca, la aprii con i denti e la bevvi di fiato. Ti decidi ad andare più forte, sembri alla guida di una cinquecento. Così arriveremo domani sera al mare. Più forte di così dovrei decollare, scemo. L’acceleratore era pigiato al massimo, il mio finestrino era aperto quel tanto da produrre con l’aria in ingresso un rumore molto forte. Addebitavo a quel rumore infernale il senso di pesantezza che senza preavviso cominciò a pervadere la mia testa. Ne era responsabile invece la mistura di alcool e zucchero che avevo poco prima ingerito di fiato; l’amaro cominciava a produrre su di me la sua tempesta priva di riparo. Chiusi immediatamente il finestrino, ma quel senso di pesantezza ora si trasmetteva rapidamente allo stomaco. Forse è l’eccitazione. Forse sono le risate sguaiate della sorellina. Forse devo fermarmi. Accelera, vai più forte. Non avere paura. Non avevo paura, non so se andavo più forte. Avevo voglia di fermarmi, ma continuavo ad andare. Dovevo attendere che quel piacere così intenso scacciasse quel malessere così terribile. Reclinata sulla sua sinistra, aperta la cerniera dei pantaloni, la bocca la lingua le labbra la mano destra che accarezzano, baciano, leccano piano, lentamente. Troppo piano, troppo lentamente. Non posso più attendere. Vai più veloce. Non avere paura. Più forte, più forte. Non ce la faccio più, non posso aspettare. A questo ritmo arriveremo domani sera al mare. Devo arrivarci subito. Non posso aspettare. Ho la testa che mi scoppia, lo stomaco è sconquassato da singulti. Provo a deglutire in continuazione. Deglutire. Più veloce. Più forte. Forse spingo sull’acceleratore. Spingo sulla sua testa. Più forte. Più veloce. Più forte. Arrivare in fretta. Devo arrivare in fretta. Mi scoppia la testa, mi scoppia lo stomaco, mi scoppia tutto. Tutto va a esplodere. Con un ultimo moto di volontà pigio ancora la sua testa. Succhiare. Forte. Deglutire. Ce la devo fare. Arrivare in fretta. Veloce, più forte. Più forte, veloce. Quando tutto esplode, quando tutti i vulcani della terra hanno sputato dai loro crateri fuoco, quando le loro bocche hanno avvinghiato in un estremo gesto di protezione quell’uomo che arriva disperato, quando tutto accade, di me non rimane che quella vescichetta vuota, umiliata dal suo stesso ritrarsi, impotente anche di piangere per la vergogna, infradiciata da un seme ormai sterile. Impotente. Senza possibilità alcuna di fare alcunché. Disperato più di quanto lo siano messi assieme tutti gli uomini impotenti della terra. Incapace di agire. Incapace financo di morire. Perduto di ogni controllo. Il controllo di sé. Perduto. Il controllo della Giulietta. Perduto. Tutto va per proprio conto senza volontà che possa trattenerlo. L’automobile adesso è decollata. Ha perso il controllo della strada, ha superato di slancio il guard rail, è andata a sbattere violentemente col suo fianco destro anteriore su un albero. Poi giù per la scarpata a fare le capriole, a giocare con le nostre vite in modo più drastico e più repentino di quanto facciamo noi con tutti i giocattoli con cui trastulliamo la nostra esistenza. Per un minuto, forse più, forse meno, la Giulietta si mise a danzare tra la nostra morte e gli ostacoli che incontrava sul suo cammino. Sfuggita al controllo dell’uomo, in un minuto la macchina fu in grado di vendicarsi di tutti i comandi idioti che le vengono prescritti per pura voglia di governare, per pura dimostrazione di forza, per pura volontà di potenza. Di solito tranquilla e mansueta più di una mucca, l’automobile palesò la sua facoltà di divenire in un baleno una bomba che nessun artificiere è in grado di disinnescare. Su quella bomba stiamo seduti contenti e confortati convinti di poter volare con essa sulle ali della nostra libertà. La dimensione veloce della nostra libertà, l’automobile, ci trasforma in kamikaze. Sull’automobile trasportiamo la nostra bomba per farci morire e per uccidere per pura necessità del caso. Kamikaze privi di nobili cause o di stolte ideologie, percorriamo contro vento a folle velocità la strada che con un filo troppo sottile divide la libertà auspicabile dall’idiozia sicura. Kamikaze alla guida di una macchina. Kamikaze anche la macchina. La Giulietta decise forse che era meglio morire carcassa piuttosto che vivere così. Ruzzolò finché potette, poi, stanca, braccata dagli alberi, dai massi, dalla fine del declivio si poggiò violentemente sul fianco sinistro. La sua corsa era finita per sempre. Cosa ne era di noi. Cosa rimaneva.

Quando persi il controllo della macchina, negli attimi precedenti il primo urto contro l’albero, l’impeto emotivo aveva poco a che fare con la paura. Tutti, non solo io, manifestammo l’ultimo atto di baldanza. Urlammo all’unisono come si fa per gioco - per prevenire il terrore o forse per sfidarlo - quando si scende dalle montagne russe. Mi era capitato di leggere di questa condizione emotiva estrema in cui sei contemporaneamente pervaso dalla paura, ma anche affascinato dalla possibilità che accada qualcosa di spaventoso. C’è un momento in cui il fascino della morte è più forte della paura. In quell’attimo la possibilità che qualcosa di spaventoso succeda difficilmente si distingue dalla volontà di farlo accadere. Senza alcuna ragione apparente, senza alcun raziocinio, senza alcun preavviso, ci accorgiamo che il richiamo della morte ci ha pervaso. Per poco, certo; quasi per gioco. Poi rientriamo in noi abbandonando quei pensieri in un attimo, giusto il tempo di nettare le unghia della nostra coscienza. La quale riappare, sicura, una volta fugato il pericolo. Quell’urlo non ebbe la possibilità di trasformarsi in atto liberatorio della paura. Le montagne russe su cui baldanzosi urlammo tutta la volontà di rientrare nel gioco delle paure della vita dopo aver esperito il loro fascino di morte ci mostrarono repentinamente il loro volto terribile. Quando la Giulietta finì la sua corsa, il mio gemello non c’era più. In quel sarcofago accartocciato rimanevano quattro corpi. Quello della sorellina non era più in grado di emettere alcun segnale. Così l’altro corpo femminile, al mio fianco, con la testa orrendamente sfigurata, schiacciata tra il motore della Giulietta e il mio pube. Assoluto invece era ancora vivo e urlante di strazio, di dolore, di improperi nei miei confronti, ma non solo. Io ero evidentemente vivo, perfettamente cosciente, ma totalmente impossibilitato a muovermi con le mani e con le gambe. In grado di compiere solo con la testa qualche piccolissimo movimento. Ero dolorante ovunque, ma il dolore, per quanto terribile e straziante, non era affatto la condizione più orrifica. Parti del corpo non le sentivo affatto. Le altre, su cui riuscivo a esercitare una certa pressione muscolare, tentavo vanamente di tirarle onde liberarle dal peso che gravava su di loro. Per quanto tentassi ripetutamente, non ci riuscivo in alcun modo. Avvertivo soltanto che il mio corpo in qualche frammento si lacerava sotto gli strappi disperati con cui pensavo inutilmente di liberarlo. Strapparsi le carni. Incastrato nell’orrore senza riuscire a urlarlo. Non riuscivo a parlare, non riuscivo a gridare, ma cominciavo a vedere. Vedevo ciò che agli occhi dovrebbe essere impedito di vedere. Vedevo il corpo inerme della mia sorellina accasciato sul sedile posteriore, la bocca ritorta all’insù in una smorfia mostruosa, ultimo gesto di resistenza alla morte in agguato. Vedevo assoluto che si dimenava con tutte le sue forze senza riuscire a muoversi. Vedevo un grumo di tutti gli orrori della terra in ciò che rimaneva di quel viso che avevo così a lungo accarezzato, di quegli occhi che mi avevano permesso fino a qualche minuto prima di guardare la bellezza di tutto l’universo. Ora tutto si trovava scomposto, indiscernibile, in quella marmellata dell’orrore che io avevo cucinato con la mia idiozia. Vedevo a qualche metro di distanza della macchina il mio gemello aggrappato al tronco di un albero che provava a tirarsi su. Inutilmente. A strisciarsi per terra. Inutilmente. Rimaneva abbracciato con tutte le sue residue forze a quel tronco d’albero come si rimane avvinghiati sull’orlo della disperazione a un’ultima speranza. Vedevo tutto ciò. Vedere tutto ciò senza il potere di intervenire è la massima disgrazia che possa capitare a un uomo. Vedevo due morti. Conoscevo l’assassino. Io. Vedevo l’assassino. Io. Vedevo due amici straziati dal dolore e dalle ferite.

Vedevo e sentivo. Sentivo gli urli di dolore. Sentivo le richieste disperate di aiuto provenire da quel tronco. Sentivo le mie fitte di dolore farsi sempre più lancinanti. Avevo un bisogno disperato di urlare. Non riuscivo a urlare. Non potevo urlare, non potevo parlare. Guardare potevo. E sentire. Sentivo il gemello invocarmi. Sentivo assoluto che adesso urlava e rantolava, rantolava e urlava. Poi più. Quegli urli che fino a un minuto prima avrei dato qualsiasi cosa affinché cessassero ora non li sentivo più. Quel rantolare che mi straziava le carni più delle mie carni straziate ora non lo sentivo più. Assassino. Io. Avevo ucciso anche assoluto. Io. Adesso prestavo l’orecchio agli urli del gemello sperando di continuarli a sentire fino a quando qualcuno sarebbe arrivato. Perché non arriva nessuno? Perché? Prima o poi arriverà qualcuno. Il gemello si salverà. Dio, fai che si salvi almeno lui. Ti prego, gemello, resisti. Prima o poi qualcuno arriverà. Quando qualcuno è arrivato, il gemello aveva da poco iniziato il suo silenzio. Forse aveva smesso di urlare quando aveva visto i soccorsi arrivare. Forse è svenuto. Forse è morto. Forse lo stanno trasportando in ospedale. Forse. Avrei voluto sentirmi dire che almeno il gemello era vivo. E invece niente. Quando arrivarono i primi soccorsi dovetti sentire altre urla di terrore, altri sguardi di orrore. Più uomini arrivavano, gridavano, si affaccendavano davanti alla macchina, si coprivano il volto, scappavano. Poi ho sentito le sirene. Quante sirene. Troppe sirene. Dai loro mezzi scendevano, correvano, urlavano, si coprivano il volto, scappavano. Qualcuno urlava ordini a non so chi. Ditemi almeno se il mio gemello è vivo. Non riuscivo a parlare. Muto. Parlare con gli occhi. Guardatemi. Ditemi che è vivo. Sentite che vi parlo con gli occhi. Qualcuno mi guarda negli occhi, ma il mio sguardo ha il potere di terrorizzarlo. Gira la testa, di scatto. Non capisce cosa gli sto chiedendo. Di tanto in tanto qualcuno tentava di aprire la macchina. Senza successo. Senza sportelli è difficile aprire una macchina. Quanto tempo è passato. Quanto, prima che arrivassero vigili del fuoco, operai, professionisti cui tocca l’ingrato compito di scendere all’inferno e poi tornare sulla terra rimuovendo non so con quale forza, non so con quale coraggio, dai loro occhi le immagini dell’orrore. Poi mi è toccato anche di vedere e di sentire sferragliare i loro arnesi nell’opera di aprire, segare, rimuovere, prelevare i corpi. Di vedere e di sentire l’agitarsi eccitato di quel formicaio nel quale difficilmente distingui il silenzio pietoso dalla curiosità compiaciuta. Di vedere e di sentire sentimenti impastati come le parti della macchina e i frammenti dei nostri corpi. Tutto tra gli urli e i commenti di tante, troppe persone. Poi, tardi, troppo tardi, finalmente un uomo misericordioso in camice bianco dopo aver piegato gli occhi sotto il mio sguardo, ha capito che ero immobile, ma vivo, e mentre la fiamma ossidrica e le seghe dividevano come potevano i corpi dalle lamiere è riuscito a convincere non so chi che era il caso di evitarmi il resto. L’inferno poteva bastare. Con una siringa mi iniettò qualcosa che ebbe il potere di interrompere la mia capacità di ascoltare e di vedere. Non ho mai provato tanta riconoscenza nei confronti di un uomo. Non l’ho più rivisto ma gli angeli se esistessero ci apparirebbero tutti con il suo viso. Non ho mai sperato così tanto di morire. Quell’uomo mi stava addormentando, ma io desideravo morire. Nell’attimo in cui il sopore riuscì a vincere il dolore che mi aveva straziato non so per quante ore ho creduto che la morte fosse la condizione di massima dolcezza. Morire era la mia unica possibilità di salvezza. Alla morte non c’è riparo, forse. Ma la morte è certamente l’unica condizione di riparo in alcune circostanze della vita. La morte forse apre le porte alla possibilità dell’inferno. Ma quando all’inferno si è stati senza avere possibilità alcuna di ritornare, quando si vive all’inferno non per osservare le anime dannate, ma come una di esse privata assolutamente della più piccola possibilità di remissione, quando tutto ciò accade anche la condizione più nefasta della morte è un nonnulla rispetto a ciò che si ha la spudoratezza di definirsi ancora vita. Morire. Il sonno è il parente più stretto della morte; così avevo sentito dire da piccolo. Non so se è vero. Forse è una delle tante idiozie che si mascherano sotto false sembianze di saggezza popolare. Non so. Adesso so solo che voglio morire. Se il sonno fosse il mio viatico di morte, ora, lo accrediterei di tutta la saggezza possibile. Dormire senza sognare. Se sogno vuol dire che sono vivo. Dormire. Non sognare. Morire.

Nella sventura più grande, una grande sventura. Non morire. Non sono morto. Non sono morto tutto. Ciò che di me è sopravvissuto è stato trasferito in un ospedale. Hanno tentato di ricucire e di riattaccare tutto il possibile. Il resto lo hanno buttato chissà dove. A tratti mi svegliavo o forse sognavo. Chissà. Sentivo comunque a volte un andirivieni convulso intorno al mio corpo, poi lunghi silenzi di solitudine in cui i giorni e le notti scorrono nelle immagini prive di colori naturali della luce e del buio artificiali. Le notti e i giorni in verità non scorrono, solo il tempo scorre; le notti e i giorni sono solo un ricordo dei miei sogni. Il tempo scorre senza correre. Quando il tempo va in cortocircuito con la vita, non solo non corre, ma si ostina a scorrere nella più assoluta immobilità. Capitava così quando uscivo da quella situazione di coma profondo in cui vegetavo forse per le condizioni generali in cui mi trovavo forse per le medicine da cavallo che mi propinavano con tutti quei fili di flebo. Dal coma profondo passavo al coma vigile forse perché questa è una possibilità poco considerata dalla medicina forse per l’assottigliarsi dell’effetto dei farmaci. In coma vigile sapevo di avere gli occhi aperti, ma i miei occhi credo siano rimasti chiusi solo quando un gesto meccanico di pietà provava senza successo a decretare la mia morte o semplicemente a evitarmi di guardare. In coma vigile sentivo e comprendevo tutto, perfettamente. In coma vigile ero lancinato dal dolore che sommergeva ogni parte del corpo. Sentivo tutto quel dolore e provavo a organizzare una mappa mentale del mio corpo nella convinzione illusoria che dove sentivo male un corpo almeno rimaneva. Non sapevo che il dolore può andare al di là del corpo. Non sapevo che si può passare continuamente dal coma profondo al coma vigile. Che era possibile passare dall’inferno del coma vigile all’anticamera della morte del coma profondo. Che speravo intensamente di entrarci una volta per tutte in quella camera se qualcuno avesse evitato di trattenermi all’ingresso o qualcosa mi avesse fatto il piacere di spingermi dentro. In coma vigile continuavo a pensare al gemello. A sperare per lui. Ditemi che è vivo. Glielo chiedevo con gli occhi, ma nessuno mi sentiva. Ditemi che è vivo. Speravo per lui. Speravo per me. In coma vigile la speranza che fosse in vita era legata soprattutto al mio desiderio di morire. Mi ricordavo di quel patto in occasione della morte del padre. Mi ricordavo del nostro impegno di aiutarci a morire. Se il gemello è vivo, mi aiuterà a morire. Ne sono sicuro. Il gemello è vivo. Ne ero sicuro. Sicuro per la sua vita, contento per la mia morte. La morte non mi ha atteso al varco facendo i conti con me una volta per tutte. Ha deciso, prendendosi gioco di me, di farmi morire infinite volte. Da allora ho capito. Si vive una volta sola. Si muore infinite volte.

 

A cura di pino Tripodi

Da: Vivere malgrado la vita

La fine infinita

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giovedì, aprile 01, 2004

Gherardo Bortolotti

Realismo potenziale

 

È sicuramente il termine “possibile” che mi attira in un discorso sul realismo. E non solo perché di “realismo effettivo” ne vedo ben poco, nella mia vita prima di tutto, dovendo barcamenarmi con progetti a breve termine di impiego e letteratura (in genere costruiti sulla retorica delle ipotetiche: “se succedesse questo potrebbe succedere quest’altro”), oppure nello stato delle cose, nella frammentazione dell’esperienza, della nozione di sé, che non possono che costringermi ad una strategia di rimessa, precaria, e al tentativo, piuttosto che alla certezza, della nominazione (se il mondo appare in pezzi, non si può che ragionare sui pezzi, non sull’intero, navigando a vista e affidandosi, in parte, al beneficio del caso). Ma anche perché, appena mi pongo il problema di una rappresentazione, di una scrittura che mi riporti il reale, fosse anche solo il mio personale, mi trovo subito a fare i conti con un concetto (che in effetti mi sembra abbandonato, dai più) che si può chiamare ideologia e che, per ogni frase che dico, non fa che ricordarmi che il linguaggio, a differenza della matematica, è un opinione.

Forse, però, la ragione per cui mi sento attratto dal termine “possibile” è che mi riesce molto comodo in un gioco di parole, che fa diventare il “realismo possibile” un “realismo potenziale”. E che ribalta i termini del discorso: e se la realtà, anziché essere il dato che precede la scrittura, fosse quello che la segue?

In un caso simile il testo non sarebbe più un prodotto ma un mezzo di produzione, non più una rappresentazione ma uno strumento. In genere, per me, uno strumento di misura, per calcolare le aree di sensi (di realtà) possibili, di possibili intenzioni sul reale, di stili e modi d’impiego.

Assumendo questo punto, però, non ci sarebbe più bisogno di una petizione di realtà, non ci sarebbero più debiti da pagare alla mimesi, ed anche la narrazione di un fatto sarebbe la sua tramutazione in un modello di significato. L’inconsistenza del reale, l’inadeguatezza dei nostri nomi e delle frasi in cui li organizziamo, la narrazione stessa sarebbero quasi un problema residuo, un epifenomeno. Anche solo lo scarto dalla norma, l’interruzione sintattica, l’anima barocca (che mi sembra viva in molte delle cose che leggo) aggiungerebbero un oggetto, e con esso tutta una nuova geografia di relazioni, nell’animo di chi legge (ma si potrebbe benissimo dire: il suo spazio pragmatico, l’insieme dei suoi presupposti), trasfomandone la realtà, i risultati della sua geometria e magari le conclusioni che se ne possono trarre sul bene, sul male, sulla politica estera e sul mondo d’oggi.

Si potrebbe immaginare, così, tutto un canone di testi che generano realtà, anziché esserne generati, ed anche un’estetica della dichiarazione, della proiezione, che ci liberi, una buona volta, dai tanti ricatti della testimonianza e della rappresentazione, come anche da quelli di uno stile efficace, espressivo o quant’altro.

 

Gherardo Bortolotti

Realismo potenziale

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