sabato, marzo 19, 2005

L’iniziativa editoriale Poesia Italiana E-book 

è alla seconda uscita. 

Sono on line dal 19 marzo 2005 i seguenti titoli

liberamente scaricabili in pdf: 

Ristampe:

 

 

Giulia Niccolai , Poema & Oggetto, 1974

Mariano Baino, Camera Iperbarica, 1983

Inediti:

 

 

Francesco Forlani, Shaker, 2005

Florinda Fusco, Linee (testo integrale) 2oo5

Andrea Inglese, L'indomestico, 2005

Giorgio Mascitelli, Città irreale (racconti), 2005

 

 

Già pubblicati:

Adriano Spatola, La composizione del testo

(testo parziale), 1978

Luigi Di Ruscio, Le streghe s'arrotano le dentiere, 1966

(ristampe)

Marco Giovenale, Endoglosse, 2004

Massimo Sannelli, Le cose che non sono, 2004

(Inediti)

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domenica, marzo 13, 2005

5 aprile 2005 ore 19.00

 

Galleria Ins-tinto, viale Romagna 40, Milano

 

 

Galleria INS-TINTO in collaborazione

 

con Poesia Italiana E-book

 

 

reading di poesia:

 

 

Biagio Cepollaro

 

Francesco Forlani

 

Jacopo Galimberti

 

Francesca Genti

 

Andrea Inglese

 

Sergio La Chiusa

 

Anna Lamberti-Bocconi

 

Giorgio Mascitelli

 

Francesca Tini-Brunozzi

 

Pino Tripodi

 

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domenica, marzo 13, 2005

Gherardo Bortolotti

 

Sull’intervento di Andrea Inglese

 

Ho letto l'intervento di Andrea Inglese su Nazione indiana e quelle che seguono sono le considerazioni a cui mi spinge. Il punto, mi sembra, è che quando ti rendi conto che le forme che il mercato ti offre, e su cui il dibattito culturale continua a ritornare, non sono sufficienti a mettere insieme i pezzi dei tuoi giorni, i tuoi guai, la tua vita, l'unica cosa che puoi fare è rivolgerti altrove. Anche a costo della marginalità - dell'irrilevanza, in effetti - dato  che l'unico "altrove", in

questi casi, è l'esclusione. La (bella) sorpresa, piuttosto, è che anche altri sentono i tuoi bisogni e trovano nelle tue scelte una conferma – come tu nelle loro. È allora che si forma quella che Inglese chiama "un'associazione di individui attorno ad un testo-valore". E questo perché solo

una forma può coagulare una comunità ed è lì che trova il suo fondamento.

Scrivere/leggere, infatti, al di là del piacere, al di là della tecnica, rimane sempre un problema di produzione di senso, e dei termini secondo i quali produrlo, ed è nei testi, solo nei testi, che lo scrittore / il lettore trova alcune concrete, formali soluzioni. Questo discorso, di per sé, è valido in generale e, giustamente, Inglese fa riferimento anche ai successi inaspettati di libri o dischi, costruiti dalle comunità che vi si riconoscono. Nel caso del tuo sito, però, nell'operazione di pubblicazione e ri-pubblicazione che hai intrapreso, mi sembra che ci sia un carattere specifico.

Si tratta del poderoso rimosso che ha coperto la stagione degli anni '60-'70 e che, nei discorsi correnti, ha ridotto quella che fu la sede di una ricchissima elaborazione formale ad un periodo di manifesti. Questo rimosso costringe noi alla marginalità, alle eredità minoritarie, lasciandoci come

unico orizzonte, anziché un dibattito condiviso, la sola "possibilità di rispondere anche intempestivamente" del testo lettterario. Non solo. Mi sembra che l'esperienza del tuo blog sia una delle poche realtà in cui si prende coscienza di un aspetto del fare letteratura ai nostri giorni (nel mondo globale, come si dice). Parlo della marginalità (diversa da quella di cui sopra, ma analoga) in cui vive la letteratura, una marginalità che mi sembra sfugga alla maggior parte delle persone che con la letteratura hanno, a diverso titolo, a che fare. L'immaginario, il senso, gli strumenti che abbiamo a disposizione per mettere insieme i nostri casi e quelli degli altri (dalla vicina che ha perso il gatto alla guerra in Iraq tuttora in corso) vengono prodotti da centrali ben più forti, attrezzate e diffuse della letteratura ed il cui spazio e ruolo "usurpano" in vari modi.

Sto parlando, ovviamente, della televisione, del cinema, dei videogames, dell'industria musicale e così via, rispetto ai quali la letteratura è veramente una realtà troppo povera. Che sia questa povertà la sua forza, è un discorso che qui non posso affrontare, ma non cambia lo sbilanciamento che si è prodotto e da cui, per forza di cose, bisogna ripartire. Di nuovo, a partire da una forma e da un ragionamento sulla forma (non sulla tecnica) che, forse, solo dai margini si può fare.

Gherardo Bortolotti

 

 

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martedì, marzo 01, 2005
 
Luigia Sorrentino

 

La nerezza del nero

(del nero ebano)
 
 
 
poema breve
 
 
quando ad essere osservati
la pellicola mostra
percezioni
altrimenti invisibili
riveliamo il fenomeno
la lunga emozione
il tracciato dell’onda
destinata
siamo la visione
 
 
quale sarà la mano giusta
che ruoterà l’accordo
senza distorsioni
mi piacerebbe un tempo certo
dagli occhi fermi
per correggere errori
permanenti
 
 
devo procedere per
misure accurate
adattando la curvatura
del braccio
alla direzione che ispeziona
sono in grado di vedere
la mano
prima che proceda nello spazio
sono in breve ritardo
il movimento e’ incerto
il ritmo in un solo istante
e’ perso
 
 
                                                                                alla sopravvivenza
sovrintende
il blocco centrale del
cervello
in esso riconosco abilita’
o anomalie
cromatiche confusioni
la proporzione e’ necessaria
ogni disfunzione altera
l’intensità maggiore
il sistema sensibile
il cortocircuito
 
 
 
 
proprio nella regione
centrale
la massima  acuita’ visiva
la chiarezza
il tracciato regolare
della forma
indipendentemente dall’angolo
di convergenza degli occhi
 
 
sei tracciato
chiuso nella tasca
il biglietto
da convalidare
quale luogo e’ migliore
della stazione
per separarsi
il permesso di vivere
lontano dal confine
 
 
non ti ho mai visto
abbracciarla sulla soglia di un
treno
partito partito mentre le dici
tutto mi fa male
vorresti gia’ cambiare
persona
la porta automatica
si e’ chiusa
separando le mani
 
 

 
l’immagine sull’asfalto
ora e’ vuota
scarna
manca l’essenza del corpo
l’orientamento di un luogo
non percepisce la forma
sei separato
disposto in strati alternati
vorresti restare
segnalare la sagoma
il colore in movimento
non vieni percepito oltre
sei fuggito
 
non la vedi
lei scorre fluida
sulle rotaie rutilanti
vita chiusa in un bacio
lasciato sul collo
al fischio sibilante
scivola via
trascinata leggera
al vento
gradualmente compresa
dotata di un sistema
altamente
sofisticato
 
sceglie un profumo
per tagliare la frontiera
l’odore delle verbene
allargando il sorriso
ha progettato una base
in una diversa prospettiva
può innescare il distacco
inalterata
senza una rappresentazione
così in profondo
prosciugata
dagli effetti di luce
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
viaggia a un’andatura
inferiore rispetto al suono
sta iniziando
i segnali il movimento
degli occhi verso il basso
riconosce i luoghi
una lacrima necessaria
mentre seleziona
il battere delle palpebre
graduale
fastidioso effetto di rossore
degli occhi
 
 
nella sua evoluzione
si muove ad una velocità
che e’ un flusso corrente
come un’onda
agganciata al ritorno
nella zona della separazione
il volto è in disordine
il riconoscimento
delle mani
 
ha un ingresso
non definitivo
 un ingresso casuale
là dove gli eventi
sono ancora
in svolgimento
aziona meccanismi laterali
attiva il dispositivo
come fonte
di percezione
 
 
prima
che l’azione
 sia stata compiuta
azione non
 rappresentativa
come pratica pratica
della cognizione
esige il corpo
attaccato
ad una mente
reattiva

 
la mano come agente
 indica
la soluzione
pertinente
alla situazione sociale
la mano come
prodotto di
sedimentazione
della memoria
per noi
che non siamo
griglie
di campionatura
 
 
 
 
quale che sia la nostra origine
l’inizio è circolare
la visione
metamorfosi che ritorna
in movimento
emozione
onda destinata

 

 
 
 
Luigia Sorrentino
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martedì, marzo 01, 2005
 

Marina Pizzi

Una camera di conforto

 (2004)

 

Questi gironi di giorni di mattanza

alla mansione della fotocopia

l’orizzonte in censura inùmano.

Arsione del sale la festuca

del cappio rappreso quando

nessun restauro dorme nel baleno.

 

Il figlio cremisi mi torni di mano

appena in un qualunque indovinello

in lotta per la fuga verso il bacio

l’io conserto di non badarsi più.

*****

*****

*****

La litania del giorno dopo

 

Porgi la coroncina di petali

a chi salta in aria senza passare

per la modica cifra

degli angeli fratelli

né tra quelli che si mischiano alla cenere.

 

Salvi i marchi di tutti i commerci

troneggiano nei non-luoghi di chi vaga

cliente della noia solo a guardare

altri che non guardano guardando.

 

Dominio di coriandoli l’amor mancato

fin da quando le more dell’estate

stanno alle gerle del lunario al batticuore

di chissà quale appuntamento

litania del giorno dopo

poco fata di darsena.

*****

*****

*****

Energie del secolo l’abisso

il tuo nome consumato

in tralice

senza l’abbraccio in cima al cipresseto

dove finalmente pianga

l’amara cornucopia in farsa tutta.

Mai tornato dalla trebbia del deserto

ti corro al collo amante più che unico

confesso che ti gioco grandine di dentro.

Costanza di natura il tuo ventre

stambecco sulle resine di ogni lapide.

*****

*****

*****

Nonostante la chimera

dentro mi risieda

azzoppo il mio forziere

nullo dal fuori

nullo dal dentro.

Nessun resto ne rimanga

appena questa stanza

dichiari secessione

scisma senza secolo

né con la gara un altro grado aggiunto

lo spalto del rimosso quando godevo il seno.

*****

*****

*****

Ti guardo con il brevetto sulla fronte,

ma non sei salvo.

Gattabuia eloquente questa nascita

voglia la soglia della bestia non macellata

della pace la lezione in ogni zigomo.

A monte non verrò per darmi penitenza

né da mane a sera a lavorare il teschio

che di persino ed anche nelle mani

degli amati amanti frulla.

Coriandoli di comete averti

semmai da adesso non verrà la giungla

del coma sempre ragazzino.

*****

*****

*****

Cornucopia di stenti

zero a zonzo

sillabario di gelo il tarlo del cielo.

*****

*****

*****

Dì per dì finì

la forza d'edera del muro

il cofanetto delle mani.

Sconcio di terra perdite di Dite.

*****

*****

*****

Di un tragico scarlatto il tuo mestiere

breviario senza pace

colma alluvione.

Biblioteca senza silenzio la tua resa

braccata dalla casa senza pace

piena di pece in coda alla pendenza.

Non basterà commettere una nuvola

farsi di nuvola, nulla farsi nulla, né fato di cristallo

caso di fanga. Strapiombi di assassini

accatastano le salme. Bambini, i rondinini

alle sevizie.

*****

*****

*****

Non darmi ernie al vólto né costi eccessivi

tra marine di pece cedole di affitti

tra disdette ferite palco ai condannati.

Altra dovizia di vite alla  vendemmia

mai avverrà dal cauto ottimismo

né dal faro amato dalle stelle

velatissime ormai rese scialbe da Las Vegas.

L’aria ariana degli dèi cattivi

anche nel sonno uccide

rondinelle e rospi.

*****

*****

*****

Strappo il mio ritratto voglio sparire

nelle lontane anse

nel se del cielo.

Per un tiro mancino la mia nascita

volse al silenzio della pena àtava

all’ira della chiosa contro il romanzo

alla non novella.

Semmai ti venga di scortarmi amico

porta con te l’urto del ferale

calamaio in cui io possa

legarmi mani e piedi per non restare.

*****

*****

*****

Apportale la voce che sia l’ariosa

altana di una volta con la riva,

in perno alle stagioni tutte sapide

per la tema del pozzo non concessa

all’ilarità del fato.

Saltello di cometa veder natale

finalmente dall’arresto della pece.

*****

*****

*****

Col muso in appello per una ciotola

(unico strazio di candore

strazio candido)

vieni nel singhiozzo

segnato dalla giuria.

Nemmeno con uno stratagemma posso salvarti

dacché il museo del cimitero di guerra

verte, lo sai, su condoni senza corpo.

Le belle stanze delle faccende madri

uccisero chiunque, compresi i fuggitivi

e le violette delle parvenze.

 

L’inferno delle braci dette altana

al sale che si riflette dentro i libri.

*****

*****

*****

Il vento piccolo di settembre

faccia breccia nel coma

dell’alfabeto.

In una calunnia di agosto

l’ago del tuo bene se ne andò

per settembre.

*****

*****

*****

Le fole in seno sono le madri

pendule dai fossi

regali con le pene delle perdite.

L’atrio minore, il portico minore

ho salvati, l’androne l’ho perso

nel furto delle scarpe.

*****

*****

*****

Parli ormai con l’ombra nella voce

che organetto di brace pare alluderti

quale fosti quando qui sul petto eri

uomo e ragazzo in forma di gaiezza.

Una grana di cielo fosti a lungo

anzi sul ciglio della strada vuota

ti venga accolta la foggia che ti spetta

così non piangerò giammai mai più.

*****

*****

*****

Salutami la gioia,

di me ho fatto scempio

nell’alone del vuoto che scombina

ti dirò la rondine vanesia

asessuata e sola

il pianto ossuto da olio santo.

In breve la brina del mio nascere

ebbe la frusta della stalla

la censura della paura

la foga della giostra senza salirci.

*****

*****

*****

Una camera di conforto

quasi un eremo

nel modo della rondine vicina

e del ciliegio carico.

Così dal bivio della rotta vuota

le perle senza gancio spazieranno

in terre senza maghi né vestali

preparati all’attacco.

Nessun amante pianga sul disperso

nel grumo della piaga che lo rese

cenere viva strazio senza resa.

La remissione del contagio sia comunque

il balbettio del plasma più benigno

felice oltre i lingotti di tesori in cielo.

*****

*****

*****

A meno di concerti bene affettivi

non partirà l’arrivo della rondine

giammai giammai più

fasti di vasti gridi.

Il natale del comignolo di spari

attenda alla risposta ogni stamberga

tutte le patrie in un circo di felicissimi

funamboli.

*****

*****

*****

Assunto ad abaco il sudario

so la maretta della corsa in gioco

con la certezza di lasciare

la fune del coriandolo

senza la lode del magistero al fato.

Al vetriolo la pena di scemare

sotto lo strascico dell’ultima sposa

la costa senza terra e senza mare

nemmeno nella foce a delta l’ultima

miniera.

*****

*****

*****

Ne uscì la darsena con un furore

di enigma. Il periglio dei mozzi fu la pena

di tutta una vita. Confinata la rotta

del grande amore grande che declina

la lira del poeta in fossa e tomba.

Anche il Natale non riesce ad accendere

la noia dei bambini per la gioia,

nelle falle del muro l’orizzonte.

 

Marina Pizzi

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