I testi della lettura. 8 aprile, ore 21.00, alla Palazzina Liberty di Milano
(Largo Marinai d’Italia).
Posto alcuni testi che leggerò l’8 aprile nell’ambito della serata
Quattro esperienze poetiche:
Biagio Cepollaro, Marco Giovenale, Andrea Inglese, Andrea Raos
*
Biagio Cepollaro, da Versi Nuovi, Oedipus, Salerno,2004
Il piccolo e il grande (1923, 1997)
(tra Carlo, il padre e Carlo, il figlio)
il piccolo chiede perché c’è buio e perché
luce
il grande risponde che la terra tutti noi giriamo
e lentamente
girando
viene buio e luce e poi luce e buio
che non scompare che ogni cosa luminosa ritorna
e varia
più cupa più pioggia e anche
allarme
dell’auto taglia notte e tuono
chiede abbraccio
poi infermiere strattonarono il corpo in una deposizione
senza pietà
mento penzolante
sul petto
pigiama
freschissimo
in fretta senza riguardo che proprio a loro
toccava il turno
dell’ora più calda di giugno in fretta a sistemare
il morto
a raccogliere lenzuola e fasce
da bruciare
altrove
non bisognerebbe chiedere alle cose
di parlare tra loro: sono lì
a graffiare per solo attimo il cielo e l’insieme
non dice più
delle linee della mano: foglia erba tronco tromba
d’aria
prima gli disse che poteva chiudere
in pace
il conto
che buono era stato
il passaggio
visto da fuori c’era stato di tutto
per una vita
media degli anni
sessanta
dall’ebete
giovinezza alle bombe
il paese fatto colonia comprato prima con pane
di grano e poi in sviluppo e progressione
con frigorifero ascensore auto
e televisione
la storia è cornice troppo grande
e sfilacciata l’omino neanche si vede
nel paesaggio e poi la cornice non è
che un altro quadro l’unico che c’è
fermo
sulla parete
il resto tutto il resto è apparso e sparso
però
che vuol dire visto
da fuori e media vita
non c’è fuori che tiene ma qualcosa uno
deve pur dire
nell’ultimo commiato: ti sei fatto già piccolo sei già
labile
ricordo
te ne vai
al tuo minimo termine
che un altro
anno
non avrebbe cambiato ma lui diversa
se l’era immaginata
non così oppressa da minuzie la credeva
solenne e per sola volta
immune
non bisognerebbe chiedere alle cose
di arredare le nostre attese e anzi
non bisognerebbe attendersi niente
dalle cose (calcolando le orbite
delle comete quando vaganti
montagne e città e le infinite
interazioni le magnetiche
passioni della terra)
se anche ora volesse leggergliela lei non avrebbe tempo
e riposo non avrebbe aria
libera
è così difficile pane guadagnarsi quotidiano o è un’altra
l’ansia
del tutto pieno
prende contegno il panico una misura e forse
sarà davvero sbucata su di una via
più sua
lui neanche ci prova
ora che tra i due interpone
un grande
vuoto
non bisognerebbe chiedere alle cose
di restare
né puntare ogni porta
che si apre
non bisognerebbe stare dove nulla
è stato
non è monumento: ecco è questa
la vecchia
abitudine della pietra
ad insistere
con pietra e carta, appunto,
si tratta solo di un momento
intanto
si sente uno che è scampato
col suo panino in sorte buona o saggia
ma poi non è importante che sappia
(non arriva mai
diretta
la vicinanza)
solo che è strano: è come essere ai lati
opposti
della terra
ognuno con ciò che chiama
buio
ognuno con ciò che chiama
luce.
1999
*
Secondo incipit
sono vere queste nostre
prove d’amore e davvero
dovremo in un punto
di botto
interromperci
come tutto il resto
come tutti. a questo
ho pensato quando
con busta gialla e radio
grafia mi son visto
in metropolitana e poi con bocca
aperta attendere
seduto davanti
a tubo catodico che scruta
scocco di sentenza
stamani ad esempio la luce
di milano era commovente
e diceva come scrive giuliano
in un frammento
d’opera: il tempo
è tutto insieme è uno solo.
e non si tratta di disconoscere
il male anzi è che il male
non comincia fuori
dalle nostre case
abbiam fin qui edificato
case senza gentilezza
presumendo che dai morti
fiorissero liberi
che il nocciolo è proprio la violenza
che rimbalza
( la forma che nel tempo
ha assunto il capitale
è miseria più antica)
a questo ho pensato
con bocca aperta davanti
a tubo catodico
che questo corpo
fosse giunto a termine
come l’auto che presto
bisognerà cambiare
e allora
chi è a pensare?
e così occorre di nuovo
riconsiderare cos’è la mente
e se basta il cervello a significarla
che troppo abbiam parlato
e scritto e troppo
abbiam presunto
dalle opere
e le opere che erano carta
alle prime piogge
si sono sciolte
per questo ora la poesia
vive solo di amicizia
e ascolto dicendo come fa
il vento tra le rovine
o tra mattone
e mattone quando la calce
è ancora troppo viva
per abitare
*
sono vere queste nostre
prove d’amore. a questo
pensavo alla mente
dietro al pensiero
se è vero che materia
ed energia si scambiano
la parte
e se la mente non dipende
dal tanto delle cellule
ma è proprio altra
cosa che solo prende vita
diversa per chi di vita
in vita bene
l’amministra
e le case che sono di cartone
alle prime piogge
crollano
e i pensieri che sono aria
alle prime piogge
si dissolvono
perché ciò che chiamiamo storia
è quotidiano spasmo e convulsione
(e milano si blocca
se piove
con fiumi ai bordi
dei marciapiedi
con ombrelli
che s’affollano esitanti
per chi ha il coraggio
di guadare)
e così occorre di nuovo
riconsiderare cos’è la mente
e se basta
il cervello a significarla
perché il bene non può
aggiungersi al senso
di un’azione
che dove noi abbiamo
diviso e sezionato non c’era
da dividere o sezionare
ma solo di essere capaci
di una pausa
per non sovrapporre alla cosa
lo strumento
alla decisione
la paura che la cosa
distorce e annulla
e allora in questo secondo
inizio non c’è nulla
da fare
ma solo da affinare
l’intuizione iniziale
perché se uno è il tempo
non val la pena di proseguire
e le cure e i destinatari
di amore e apprensione
e la stessa disciplina imposta
alle azioni
sono solo passaggi presto
riassorbiti in un’apertura
senza oggetti
per quanto dura
quell’unico tempo senza intenzione
( l’occidente
è stirpe che da sé si vota
all’estinzione)
perché pace non è intenzione
ma lungo addestramento
e diminuzione
( fin qui per ora le nostre prove)
2000
*
Biagio Cepollaro, da Lavoro da fare (2002-2005)
www.cepollaro.it/LavFarTe.pdf
V
eccoci qua: prossimi a riprendere
comando della nave
o navicella della picciola
barca che si prova con brivido
dell’inizio a navigare
- che è diverso dallo stare
a galla solo perché non si hanno
più segreti che dall’interno
bucano col tempo vele e scafo-.
eccoci qua dopo aver fatto tra flutti
la giravolta completa quasi fossimo
legati alla canoa quando la testa
nello scosceso di scogli scompare
e sembra per attimo tutto perduto:
ora lo possiamo dire quasi tranquilli
che una parte importante e tenace
di noi è morta e ci siamo svegliati
quando eravamo ancora in corsa
come nel film del viaggio tra stelle
in cui il cattivo a metà del tragitto
interrompe l’ibernazione: il tempo
azzerato ricomincia a scorrere
come nulla nell’immensità del tempo
cosmico
ora il tempo è reale e il viaggio
torna a misura umana che non è
affare di stelle ma di tensione tra paura
e suo superamento: non siamo mai
speciali nessuno lo è ci muoviamo
incerti come possiamo e quanto più
alziamo la voce tanto più ci stiamo
mancando mentre l’urlo vero
si fissa in un gesto congelato
ora noi veniamo da quel freddo
e dall’oblò le stelle non scorrono
come alberi dal finestrino dell’auto
ma restano stelle del cielo e noi
anche veloci sembriamo fermi
al nostro posto: non c’è altro
da fare che fare pace con nostre
miserie e sentirle fino in fondo
rospi da buttare giù
se vogliamo ancora mangiare
che non importa innanzitutto
raffinatezza di cibo ed esperienze
la tavola solo in parte è decisa
da noi e solo talvolta ci è stato possibile
aggiungere tocco elegante al centro
con vaso luminoso di fiori aperti:
importa possedere corpo che molto
in sangue trasforma e l’accaduto
ringraziare
forse per questo c’era piccola
preghiera all’inizio del pranzo
di Natale: perché navi partissero
bisognava fare sacrificio
di ciò che per anni ci era cresciuto
accanto
è strano come parti
di noi malate si fanno per noi
oggetti
sacri d’amore: fu questa
vera tracotanza di Agamennone:
non l’aver cacciato animale
proibito ma aver distolto sguardo
da sua vita concreta per vivere
sogno da re
e chi prega intorno alla tavola
già con l’occhio nel fumo odoroso
della pietanza cosa porta di sé?
non l’essere santo per solo
attimo rivolto al sacro ma proprio
quelle malate parti di sé: noi
siamo nell’occhio pieno di orrore
di Agamennone fisso nel terrore
della piccola Ifigenìa
e sapere cosa davvero sacrificare
è già una bella storia
e in quel fermarci a mani giunte
noi ci facciamo magico cerchio
e dentro, arresi, alla rinfusa spezzoni
di vita –chi può dire agìta
o subìta- alla rinfusa ché
a districare ci siamo fatti male:
che non solo allora ma anche ora
ci tiene tutti un palmo aperto
di mano
i cristiani all’inizio
nell’umidità dei rifugi
dicevano: ‘Signore, io non sono
degno’ e poi dicevano: ‘tu dì una sola
parola e l’anima mia
(io non sono
degno ma tu dì)
(una sola, una sola
parola)
(e l’anima mia)
sarà salvata’
ed erano in tanti appoggiati
di schiena alle pareti con i topi
già al riparo dentro i buchi
e i suoni del mercato che prima
venivano dalla strada risolti
ora in nulla
in colpi di tosse
in agitazione dei corpi
e il Signore che era in loro
forse principio di vita
emissione
iniziale di raggio
da cui protone
prese a stare in equilibrio
e danza
probabilistica
delle particelle
cominciò a disegnare l’intero
che mai fummo in grado
di scorgere
costretti sempre ad un sol polo
limitati in breve spazio
anche nell’ostinazione
da noi stessi fatti
più miseri
e questo mistero del vasto
e del senza tempo
questo suono che talvolta
ai più fortunati sembrò formarsi
nella gola per venire all’aria
stupìto di dire ciò
che senza articolazione di parole
era puro senso
questa cosa che chiamavano
Signore forse davvero
diceva loro parola che cercavano
è questa parola anzi è questo suono
puro senso che da soli
non avremmo mai scoperto
illusi su nostra auto-
sufficienza
e che scoprimmo solo
quando spezzati
fummo raccolti da chi
da anni già sapeva
che maggiore inganno
è credere di dover dare
senso e non esserlo già
nell’ignorato trafficare
delle strade
è questo suono acuto
e grave, limpido e
rauco
pieno e gracidante
questo suono ora
è dentro
al cerchio
di noi che non siamo
già più noi finalmente
a mani raccolte
ora
cerchiamo di capire dai moti
di labbra convulse che a noi
vengono dallo specchio di fronte
questa parola non sarà solo
per noi che non avrebbe senso
che il male non sciolto di uno
è in atto o prossimo male
per un altro: dentro al cerchio
con gli spezzoni -alcuni ancora
roventi- di vita alla rinfusa
noi cerchiamo di capire la parola
che salvandoci salvi i prossimi
a noi dall’odio
per noi stessi
e ora su quel palmo aperto
di mano che ci tiene proviamo
a starci tutti: ognuno con suoi
occhi bassi e col disagio
di non sapere come stare
in piedi o sedersi
proviamo a guardarci:
ciò che più ci ha feriti
al punto da doverlo
dimenticare ci dice che cose
non sono andate come ci piacerebbe
che il racconto deve essere scritto
di nuovo e l’ultimo capitolo
dovrà cambiare
e ora che di nostre debolezze abbiam fatto
fianchi in cui immergere spade
ora ognuno cercherà il suo posto
e lentamente si piegherà
fino a sedersi e a giungere mani:
Signore o Modello che incessantemente
si compie tirandoci dentro
con fili che non sappiamo
scorgere
con nostra testa
di lato ossessi
digitiamo
sui nostri cellulari
cellule che non riconoscono
più il tessuto
negate alla radice
che durano come si dice
un tot di tempo
totale parziale
e nostra inezia
‘Signore, non siamo degni ma tu dì
solo una parola, la stessa parola
che balbettando abbiam provato
mille volte a dire e maldestramente
Signore, insegnaci la parola che troppo
confusi siamo per dire e per ascoltare
insegnaci una nuova tenerezza
che le nostre madri furono troppo
oscurate per amarci -loro stesse
da te troppo lontane- fa che l’orrore
di Agamennone e il terrore di Ifigenìa
abbiano avuto un senso, fa che le navi
possano partire che il vento si alzi…
‘Signore, non siamo degni ma amare
per noi è cosa difficile: anni e anni
di disamore hanno coperto la nostra
voce e abbiamo rabbiosamente preteso
che qualcun altro, oscurato quanto noi,
per noi cantasse la tua canzone
‘Signore, noi non siamo degni, ma il volto
che stamani vediamo allo specchio
è il nostro e quella bocca ci parla
e fluente scorre la parola e dagli occhi
agli occhi ci riversa un fuoco che fin qui
mai ci ha bruciato: accettalo e l’anima
nostra sarà salvata’
Biagio Cepollaro, da Lavoro da fare (2002-2005)