martedì, aprile 29, 2008

La Camera Verde, Il Libro dell’immagine, volume quinto. A cura di Giovanni Andrea Semerano.

Sono quindici anni, da quando è venuto a mancare quel prodigioso organizzatore e promotore di cultura che è stato Gianni Sassi www.giannisassi.org , forgiato dall’esperienza Fluxus e dall’amicizia di Cage che non incontravo un ‘luogo’ che mi comunicasse le stesse energie e la stessa qualità intellettuale e morale. Il luogo non è a Milano ma a Roma ed è La Camera Verde ‘curato’ da Andrea Semerano.

Un luogo è qualcosa di fisico, di geografico, certo, ma lo è solo in forza di una sua realtà interiore: il luogo lo fa chi lo pensa e lo abita.

Che si promuovano valide iniziative culturali in Italia non è raro malgrado l’antropologico degrado che sembra non arrestarsi mai e che sempre più trova la sua peculiare voce, al di là del senso comune in cui si è radicato da almeno un ventennio, nelle forme e nella sostanza delle istituzioni. Ma che ci si possa trovare non di fronte a irrelate iniziative ma ad un ‘contesto generante’ il cui spessore e la cui storia sono animate da rigorose e precise coordinate culturali, questo  si è davvero raro, anzi: rarissimo. Anche perché spesso ciò che proviene dalla cosiddetta cultura critica oggi spesso non ha vitalità, vuoi per l’irrigidimento ideologico, vuoi per la stanchezza degli attori, vuoi per la pura e semplice mancanze di idee.

Ho ripensato al mio amico Gianni Sassi leggendo il Volume Quinto del Il libro dell’Immagine edito appunto da La Camera Verde. Al di là dell’alta qualità degli interventi testuali e visuali, al di là del valore del libro stesso come oggetto, ciò che mi preme sottolineare è ciò che , a lettura terminata, mi resta di quest’esperienza.

Bene, tra le righe e dentro le righe del lavoro di Semerano (di tutto il lavoro: organizzazione, critica, promozione, azione dentro l’arte, tra le diverse arti, cinema, fotografia, letteratura, pittura etc etc) ciò che fermerei sono tre punti:

1) Il riferimento agli strumenti della critica (riferimento non generico, non casuale ma per intima assimilazione, ma per cosciente attualizzazione).

2) Il presupposto vitale del fare cultura (uomini in carne ed ossa che si appassionano, che comunicano la loro passione, che proprio per questo non fanno il teatrino, perché ci sono e non ci fanno…).

3) L’importanza del luogo di coagulo, di incontro, di produzione e di ricezione: La Camera Verde, appunto, in via Miani 20, a Roma.

 

E qui i nomi non sono solo nomi amministrati con indifferenza e irresponsabilità. Qui le parole pesano, non sono solo parole.

E se si cita Nietzsche, Bataille, Debord, Artaud, Bene, Fortini, Pasolini, Penna, Celine, Deleuze, Bresson, Rossellini è perché ogni frase si è incarnata o tende ad incarnarsi in un gesto, in un punto di vista, in un’assunzione di responsabilità morale.

Citazioni come quelle da Rossellini punteggiano le pagine e i giorni.

Provocano risonanze, chiamano consonanze, creano incontri, generano affetti, moti di stima, gratitudini…

Sono citazioni di una chiarezza che non lascia scampo, parole di chi ‘guardava’ le cose pensandole:

‘Quando vuoi parlare di qualcuno devi conoscere la cosa. Quando conosci bene la cosa puoi dire cos’è essenziale. Quando non la conosci bene ti perdi in mezzo a un sacco di cose ugualmente suggestive. Io rifiuto le cose suggestive.’

Cosa resterebbe di valido oggi se mettessimo in pratica questo pensiero? Poche cose. E bisogna avere la forza e la capacità di farlo. Perché altrimenti non ne vale la pena. Perché altrimenti resta solo il rumore che è fuori e dentro la rete, che è nelle teste.

Ma allora cos’è questo luogo che tanto mi rincuora al termine della notte?

Cito Semerano: ‘Un piccolo grande vetro in costruzione che da sei anni mette insieme idee diverse fino a farne un corpo nella Stanza. Si cercano le cose e si fanno le cose, non tutto chiaramente riesce e può capitare che schegge di vetro vadano in frantumi ma l’Officina resta aperta e soprattutto mai, mai perdere la tenerezza dello sguardo.’ (pag.4).

Oppure la comunicazione tra mancanze di Bataille trova concreta realizzazione nelle indicazioni di fondo, esortazioni, richiami a ciò che dovrebbe essere ovvio ma che in questi tempi non lo è per nulla : ‘Cercare di avere un orientamento che non risponda a vezzi o calcoli di pseudo bigotte transavanguardie che defluiscono nell’indecenza dei salotti, ognuno con la sua caratteristica, cioè i poeti da una parte, i pittori dall’altra, i romanzieri di là, i registi di qua, e eccetera, a fare fischi nel naso che il critico di turno delinea come arte il puerile mocciolo che mira alla gloria!

L’artista non deve essere un malato, un presenzialista del nulla..(…)’

Le coordinate culturali sono tali perché sono continuamente verificate: sia sul piano di ciò che si richiede (alle persone, agli artisti, agli interlocutori di un’ora), sia sul piano di ciò che si offre (alle stesse persone, artisti, interlocutori di un’ora).

Questo implica una riflessione radicalmente personale sull’oggetto del proprio sguardo, sia esso un testo, un quadro, un film o un gatto che sguscia via all’angolo di una strada.

L’organizzazione della cultura, la sua promozione, la critica non possono non respirare la stessa aria, lo stesso ritmo, la stessa altezza delle cose di cui parlano, che maneggiano. Non può non esserci che un’aria di famiglia tra questi momenti diversi di uno stesso flusso, di una stessa corrente creativa (che è poi energia umana, desiderio di configurare senso e bellezza).

Chi fa seriamente arte lo sa e a naso distingue, a naso si accorge quando c’è teatrino e fuffa, quando non c’è reale ricerca.

E la reale ricerca si accompagna alla lucidità della diagnosi: ‘Questa è di nuovo l’epoca della propaganda, e tutto viene concimato e deglutito nelle pastoie dell’apparire, abbiamo comici intelligenti che devono pagare le bollette e scendono in piazza quando viene tagliato loro il fondo, abbiamo poeti centauri sul picchio consunto di un’avanguardia sterile e noiosa, abbiamo critici che scrivono pettegolezzi e altri futili manovre (…)’(pag.143).

Biagio Cepollaro

 

postato da: cepo alle ore 23:10 | Permalink | commenti
categoria:poesia, arti visive, lettura, cepollaro, poesia integrata
lunedì, aprile 28, 2008

 

1951. GLI ARTISTI DELL’ORIGINE. UN RACCOGLIMENTO UMILE MA CONCRETO

Rileggendo il Manifesto del Gruppo Origine del 1951 costituito da Burri, Bollacco ,Capogrossi e Colla ciò che colpisce è una doppia assunzione: la conclusione dell’astrattismo come esperienza generale e il rifiuto del decorativo che può ricomparire, a loro avviso, anche negli sviluppi del non-figurativo.

Si prendono le distanze dalla ‘compiacenza decorativa’, dal ‘manierismo’, per riaffermare con forza ‘un raccoglimento umile ma concreto’ alla radice del fare arte.

Ecco: ciò che precisamente mi colpisce è che la vera discriminante tra l’arte da fare e l’arte che non interessa fare non è posta innanzitutto in alcune caratteristiche formali (anche se poi qualsiasi scelta necessariamente in quelle caratteristiche s’incarna) ma nell’atteggiamento di partenza.

E’ come se fin da allora apparisse chiaro che non era la novità o la piacevolezza del segno a garantire il senso dell’operazione ma la qualità sottile, silenziosa, originaria da cui quel segno prendeva le mosse. Era quest’origine la base del vigore, dell’energia e della necessità dell’opera.

Era quasi il presentimento in grandissimo anticipo di ciò che poi sarebbe accaduto: lo svuotamento veloce delle forme nell’estetizzazione generale della comunicazione sociale.

In questo caso alla ‘compiacenza decorativa’ si è sostituita l’implicita richiesta di abbassamento del gusto tanto più vertiginoso quanto più veloce si andava imponendo la consumazione non più dell’opera d’arte ma della semplice e irrelata percezione.

 

E così allo sguardo si è sostituito il colpo d’occhio che non chiede neanche più ‘compiacenza decorativa’, chiede solo di non essere interrotto nel suo frenetico vedere senza guardare.

Di fatto la minaccia che incombe sul sistema nervoso dei ragazzi che giocano alla play è la realtà del regime percettivo degli adulti. Talvolta con travaso di apparato mitologico (giochi che rincorrono il cinema o viceversa, guerra come videogioco e videogioco sparatutto)…

Piuttosto che a rallentare le tecnologie hanno puntato a velocizzare (Virilio: la velocità e la guerra, il mercato) fino all’indifferenza, cioè alla non differenza, al non saper più distinguere il meglio dal peggio.

Il mistero della vita all’origine era l’obiettivo di questi artisti, qualche anno dopo la fine della guerra. E prima che arrivasse la vulgata dello strutturalismo e il mito scientista con tutta la sicumèra delle neoavanguardie (si potrebbero considerare quelle letterarie come effetto collaterale di quelle artistiche e musicali).

 

Prima del formalismo (più o meno manierista nella versione alta o bassa) come condizione unica del rappresentare: è comico parlare di post-umano quando proprio l’umano è ciò che costantemente resta al di là da venire, nel mezzo come siamo di una infinita preistoria.

Questo è anche uno dei motivi per cui è difficile farsi comprendere senza accettare campi di discorso pre-confezionati.

In fondo se si aggiunge una sofisticata tecnologia ad una preistoria infinita, il banale e la violenza tendono ad identificarsi.

Biagio Cepollaro

postato da: cepo alle ore 23:09 | Permalink | commenti
categoria:arti visive, cepollaro
giovedì, aprile 17, 2008

Grazie a G.Mesa e a A. Semeraro de La camera verde per questa edizione del Tiresia.

Presentazione il 19 aprile sabato a Roma, La Camera Verde, via Miani 20 con inaugurazione della mostra omonima di Mattias Guerra.

 

In segno di saluto e di festeggiamento posto qui l’ultima parte del Tiresia che viene presentato.

Sono versi che ridanno alle parole il loro peso specifico perché, liberatole dall’eco del chiacchiericcio, le immergono nelle vicende umane fino a farne un distillato, attiguo alla musica da un lato e al silenzio dall’altro.

Qui il lavoro della dimensione fonico-ritmica è sempre necessitante, non perde mai di vista la traccia sotterranea di ciò che non si può dire ma che pure viene significato dall’intensità del taciuto. E’ il dire possibile di fronte e dentro l’orrore.

Un dire che non collabora ma che per restare altro si assottiglia fino a ridursi ad elementi semplici, gesti del dire, come quando dell’umano i resti rintracciabili sono queste invocazioni, richiami senza risposta.

Tale essenzialità richiede una grande disciplina che non è solo letteraria ma soprattutto umana. Solo la struttura etica del chi dice può rendere necessaria la parola e, a parità di sapienza tecnica, tale struttura etica fa la differenza.

Le opere che meritano di essere ricordate, a mio avviso, sono proprio le opere che hanno questa doppia caratteristica che si risolve nella miracolosa sintesi della scrittura veramente riuscita.

Biagio Cepollaro.

 

Da Tiresia di Giuliano Mesa

 

V. necromanzia. Οι αταφοι, Massengräber

dov’è sommersa dalla neve, le coltri,
là, dove la terra è bruna, tersa, senza solchi,
sulla soglia, prova a chiamare là, chiamare,
sentendo soltanto la tua voce, che chiama,
sotto le coltri, sotto
la neve luccicante,
sotto la terra nera,
chiama fino a sfinirti, a gemere.
non torneranno più, se non in sogno, insonni,
se non laggiù, la loro requie, dove?
le ombre vagheranno, qui, miriadi,
ancora a brulicare, loro,
cercando il loro nome.
e porti il latte, e il miele?
il vino dolce, la farina d’orzo?
non puoi nemmeno sentirli sibilare,
quel loro gracidare, lo sfrigolìo, l’affanno,
il mormorìo che fanno facendosi terra,
non senti, senti gracchiare il corvo,
che vede ritornare, l’ombra,
sulla neve, di un’altra luna gialla.
taci. porta le mani al viso, riannoda i tuoi capelli.

ancora non hai còlto il tuo narciso, e il croco già fiorisce.

 

Giuliano Mesa da Tiresia

postato da: cepo alle ore 15:56 | Permalink | commenti
categoria:poesia, arti visive, lettura, cepollaro
mercoledì, aprile 16, 2008

Ivano Mugnaini

Da Inadeguato all’eterno

 

 

E' meglio scrivere di riso che di lacrime.

Perché il riso è il segno dell'uomo.

F. Rabelais

 

 

 I bambini là fuori

 

I bambini là fuori, ridono di gioia

vedendo uno sprazzo di sole

che sbuca tra le nuvole.

Sono gli stessi con cui, tra qualche anno,

dividerai il buio degli sguardi e il silenzio

delle parole.

Sono gli stessi che sfrecceranno sulle strada,

ombre tetre, mutilando la carezza

delle foglie.

Forse lo sono, anzi, lo sono certamente.

Ma intanto ridono, e alzare la testa

per vedere il sole, è anche per te, ora,

una forma vitale di follia.

 

*

Per sbaglio, per errore

 

"Ho ricevuto la vita come una ferita",

scriveva Lautréamont. "Voglio che il Creatore

ne contempli, in ogni ora della sua eternità,

il crepaccio spalancato".

E' morto all'età di ventiquattro anni, Lautréamont.

Eppure ha sentito la forza, nel respiro della carne

lacerata, di sfidare l'eterno, la vita, facendo

sentire il suono, l'attimo del fiato umano,

all'immenso, all'infinito.

E' questo, forse, il patto tacito, l'impegno,

il contratto non scritto firmato da ognuno

all'atto di nascere. Ma intanto, mentre penso

al sorriso di trionfo del poeta esanime

sul bianco del suo letto, mi chiedo se

davvero, io, ora, con qualcuna in più

sulla pelle e nella mente delle sue

ventiquattro primavere ormai lontane,

riesco davvero a vedere, a percepire

la polvere e il sangue della voragine

del suo soffrire.

E se lui, per qualche mirabile acrobazia

del tempo, potrà mai scorgere l'ombra

aerea, deformata, ribaltata, del mio abisso.

Soprattutto mi chiedo se io stesso, e lui,

e qualunque altro misero, pulsante microcosmo,

siamo visibili, come la Muraglia Cinese,

almeno come un minuscolo solco, una riga

nell'azzurro del Cosmo, da lassù, dalle vette

siderali dell'eterno.

Ma forse la domanda contiene già in sé

la muta risposta. O  forse Lautréamont

continua, cantando, ad avere ragione:

riceve la ferita senza rabbia,

senza sorpresa, finendo per lasciare

a bocca spalancata lo sguardo insondabile

che afferra la lama.

Mostrando il crepaccio con orgoglio,

come un frutto rosso, come un figlio.

Volendogli bene, in fondo. Senza temere

per niente, come un Adamo spaurito, stordito,

ancora caldo dell'erba divenuta paglia del giaciglio,

di avere stretto a sé con le braccia e con il cuore

la pelle calda di donna o di serpente

solamente per sbaglio, per errore.

 

*

Quando verrà l'inverno

 

   Quando verrà l'inverno, vero,

mortalmente sano, geleranno i virus

e le parole, si serreranno strette, spaurite,

le bocche spalancate dei bambini e i latrati

di cani straniti dal cigolio dei cancelli,

gli sguardi gialli sollevati verso vetri ignoti.

Piomberà, freccia, ferita, la sferzata nitida

di un vento di neve. Respirare, in quel momento,

sarà azzardo, scommessa vitale, mossa fragile,

lieve, sull'orlo di un dirupo. Sarà sentire,

nel fiato sincero della tramontana, la voce,

l'urlo mai spento del lupo. Riconoscerlo

affine, vicino, sarà morire nei suoi stessi occhi,

nelle ossa appuntite, tornando magri, leggeri,

nei fianchi e nei passi scavati, voraci, soli,

scostanti, ancora affamati di tenerezze

feroci.

 

Ivano Mugnaini

postato da: cepo alle ore 20:09 | Permalink | commenti
categoria:poesia
lunedì, aprile 14, 2008

Su Leggere variazioni di rotta, dal blog Liberinversi a Le voci della luna, 2008

http://liberinversi.splinder.com/tag/antologia_di_liberinversi

Ho seguito dall’inizio con sorpresa e interesse quanto Massimo Orgiazzi stava raccogliendo intorno a sé col suo blog. La sorpresa e l’interesse dipendevano dal fatto che Orgiazzi sin dall’inizio si è posto innanzitutto come un lettore e come tale curioso di esplorare i testi altrui direttamente senza preconcetti soverchi e senza precipitare immediatamente nelle classificazioni e nelle etichette. Vi era insomma della freschezza in quel giro di commenti e di commentatori del suo blog, talvolta anche ingenuità, ma appunto genuina, di quella su cui si può crescere perché troppa malizia fa le gambe corte.

Vi era soprattutto rispetto per testi e autori senza quei salamelecchi che avvelenano l’aria e rendono impossibile la serenità del confronto. Vedere questo ulteriore segnale mi faceva contento e speranzoso su di una nuova civiltà letteraria che si andava costruendo a partire dalla rete…

Era il modo di fare per me importante perché presupposto delle cose che poi si fanno…Come disgiungere il lavoro da fare dal modo di farlo? Il con che cosa dire dal come e dal cosa dire?

Bene, quest’antologia sedimenta, in una delle prime occasioni in Italia, la volatilità della rete e l’essenza spartana del pdf in carta, in libro.

Un libro coraggiosamente editato da Fabrizio Bianchi che evidentemente è sulla stessa lunghezza d’onda di chi ci crede alla poesia come valore da condividere e non come orpello da sbandierare. E questo, anche questo, è decisamente bello.

I curatori, gli antologizzatori hanno provato a motivare le loro scelte di lettura senza fare metalinguaggio critico ma nel corpo a corpo col singolo testo. E questo è ancora più importante.

Perché la critica non si legittima con l’assunto teorico ma con la sua capacità di penetrazione del testo, con la lettura, appunto. L’imbarazzo della critica oggi è anche l’imbarazzo di vedere critici professionisti incapaci di entrare in un testo, incapaci, per mancanza di gusto non di categorie e strumentazioni linguistiche, di distinguere il meglio dal peggio…

Come definiva il degrado dei nostri tempi un grande violinista: l’incapacità di distinguere il meglio dal peggio…E anche questo è un buon segnale per la critica futura…

Ognuno poi potrà sentire congeniale o estraneo un modo di leggere o un testo, ma quel che conta è che chi parla non sia discosto da ciò che dice e se ne assuma la responsabilità intera (il suo percorso di lettore, i suoi incontri, le sue personali mitologie, le sue piccole verità).

Si attendeva che la rete partorisse una forte coagulazione del suo flusso. E credo che questo esempio sarà seguito da molti.

Il cartaceo richiede analiticità e lentezza. Ecco oggi abbiamo bisogno di analiticità e lentezza. Meglio se si costringesse la rete stessa ,contro la sua natura, ad essere analitica e lenta. Ma anche questo si è provato a fare e si prova.

Scegliere non vuol dire necessariamente escludere: semplicemente potrebbe voler dire documentare un incontro che per alcuni motivi è stato possibile fare (una poesia che non ci piace oggi perché non dovrebbe piacerci domani, quando in mezzo sarà passato magari un altro pezzo di vita con le sue anche pesanti variazioni di rotta?).

Biagio Cepollaro

postato da: cepo alle ore 16:12 | Permalink | commenti
categoria:poesia, lettura, cepollaro, poesia integrata
domenica, aprile 13, 2008

Roma, Sabato 19 aprile 2008

Centro Culturale
»LA CAMERA VERDE«

Presentazione del libro

»TIRESIA«

di
Giuliano Mesa

Nell'ambito della presentazione si inaugura alle ore 18:00

la mostra di pittura

»TIRESIA«
di
Matias Guerra

§

L'edizione del libro Tiresia contiene il Cd Audio
Tiresia e altre poesie
letto da Giuliano Mesa

La mostra di fotografia si può visitare
dal 19 aprile al 9 maggio 2008
dalle ore 17:00 alle ore 22:00 (esclusi i lunedì)

La mattina per appuntamento.

§

Centro Culturale
»LA CAMERA VERDE«
Via Giovanni Miani, 20, 20/a, 20/b - 00154 Roma
tel. 340 5263877
e-mail: lacameraverde @ tiscali . it

 

postato da: cepo alle ore 16:49 | Permalink | commenti
categoria:poesia, lettura
mercoledì, aprile 09, 2008

 

Oltre la neo-avanguardia: la poesia, le comunità letterarie on line

e il romanzo

il programma di aprile e maggio di OMERO 2.0

Nuove scene e percorsi letterari nella città di Firenze

 

alla Libreria Café LA CITE' Firenze (Via Borgo S.Frediano 20R)

a cura di Alessandro Raveggi e Vanni Santoni

 

 

 

Si chiude la rassegna letteraria OMERO 2.0 a cura degli scrittori fiorentini Alessandro Raveggi e Vanni Santoni. La chiusura è affidata così a cinque appuntamenti speciali.

 

Ad aprile, i poeti Biagio Cepollaro, Andrea Inglese e Andrea Raos (12 aprile) presentano in un reading pubblico le loro ultime pubblicazioni, nonché discutono dei loro progetti on-line Nazione Indiana e Poesia Italiana E-book, due fulcri della nuova scrittura italiana, crocevia di dibattiti, ristampe, inediti italiani e traduzioni.

 

Il 16 e il 23 aprile, presentati dalla poetessa fiorentina Rosaria Lo Russo, una delle voci più rilevanti della poesia italiana, due pubblicazioni della raffinata casa editrice fiorentina Gazebo, curata da Mariella Bettarini e Gabriella Maleti.

 

Sabato 19 è la volta del poeta e prosatore Tommaso Ottonieri, uno dei membri del fu gruppo ’93, dalla scrittura proteiforme e dall’infaticabile ricerca espressiva: uno scrittore “angelico e infero” come lo descrisse in esordio Giorgio Manganelli. Presenterà il suo nuovo romanzo, una topografia narrativa immaginifica sul Fucino, nell’edizione uscita per la ormai “gloriosa” collana Fuoriformato della casa editrice Le Lettere (già ospite dei nostri incontri passati), curata dal critico Andrea Cortellessa. Oltre al romanzo, prefato da Enrico Ghezzi, verrà presentata in una lettura-performance la ristampa di “Dalle memorie di un piccolo ipertrofico”, il caso letterario dei primi anni ’80 che impose Ottonieri alla critica, presentato in quel caso niente di meno che da Edoardo Sanguineti ed oggi riproposto dal collettivo Sparajurij.

 

Festeggiamo la chiusura della rassegna il 21 maggio con un ulteriore festeggiamento: il ritorno “vero” sugli scaffali del romanzo “Tristano” di Nanni Balestrini, romanzo “multiplo in copia unica” (prefazione di Umberto Eco) che Derive&Approdi ristampa nella sua vera natura: da riprodurre in un numero illimitato di esemplari ognuno diverso dall’altro, ricavati da diverse combinazioni degli elementi di un medesimo testo base. Termina così, con una serata di letture e commenti, affidata al critico Cecilia Bello, e in compagnia di uno dei maestri della letteratura italiana, la rassegna OMERO 2.0, nata nel settembre del 2007, in collaborazione con la libreria La CITE’.

 

Maggiori informazioni sugli autori ed artisti presentati: http://www.teatrodellesausto.org/omero.html

 

il programma di aprile e maggio di OMERO 2.0

A cura di Alessandro Raveggi e Vanni Santoni

 

 

sabato 12 aprile 2008 - ore 19

presentazione di alcune pubblicazioni di

Biagio CEPOLLARO, Andrea INGLESE, Andrea RAOS

e dei noti progetti letterari on-line "Nazione Indiana" (http://www.nazioneindiana.com)

e "Poesia Italiana E-book" (www.cepollaro.it/poesiaitaliana/E-book.htm)

introducono Tommaso Lisa e Alessandro Raveggi

seguiranno performance e letture degli autori

 

mercoledì 16 aprile 2008 - ore 19

Gabriella Maleti e Rosaria Lo Russo leggono

"Queneau di Queneau" (Gazebo edizioni, 2007) dal volume di

Gabriella MALETI

Introduce Mariella Bettarini

 

 

 

sabato 19 aprile 2008 - ore 19

presentazione di "Le strade che portano al Fùcino" (Le Lettere, 2007+CD) e

"Dalle memorie di un piccolo ipertrofico" (No Reply, 2008) di

Tommaso OTTONIERI

introducono Tommaso Lisa e Alessandro Raveggi

saranno presenti il collettivo Sparajurij,

curatori della collana MALEDIZIONI per la NoReply

seguirà performance dell'autore

 

mercoledì 23 aprile 2008 - ore 19

Gabriella Maleti e Rosaria Lo Russo leggono testi in memoria di

Roberto VOLLER

(Firenze, 1938—2007)

dal volume "Plazer" (Gazebo edizioni, 2008)

introduce Mariella Bettarini

 

mercoledì 21 maggio 2008 - ore 19

Incontro di chiusura della rassegna con

Nanni BALESTRINI 

in occasione dell'uscita del romanzo multiplo in copia unica

"Tristano" (Derive&Approdi, 2007)

 

introduce Alessandro Raveggi — intervento critico di Cecilia Bello

 

 

 

BIAGIO CEPOLLARO, nato a Napoli nel 1959, vive a Milano. Dopo un iniziale apprendistato (Le parole di Eliodora, Forlì,1984) presso la rivista Altri Termini di Napoli, diretta da F. Cavallo all’insegna del rinnovamento delle esperienze sperimentali degli anni ’70, si è dedicato, a partire dal 1985, alla stesura di una trilogia dal titolo ‘De requie et Natura’ che lo ha impegnato fino al 1997. I primi due libri sono usciti nel 1993 (Scribeide, pref. di R.Luperini, Manni Ed.; Luna persciente, pref. di G. Guglielmi, Mancosu Ed.), il terzo, Fabrica, pref. di Giuliano Mesa, nel 2002, presso Zona Editore. Negli stessi anni della stesura della trilogia, ha partecipato attivamente al dibattito letterario, come promotore del Gruppo 93 e come fondatore, con Mariano Baino e Lello Voce, della rivista Baldus. Dal 1997 ha dato inizio ad una diversa fase del lavoro creativo, fortemente centrato sulla dimensione etica della poesia, di cui una prima testimonianza è costituita dal libro ‘Emendamento dei guasti’(1998-99), Mazzoli ed.,2001 e un più corposo ragguaglio, Versi Nuovi, con postfazione di Giuliano Mesa, è uscito nel 2004, presso Oedipus Ed. Un libro di poesia rivolto ai ragazzi, La poesia: Vale, 2003, ha trovato una sua collocazione naturale sulla Rete. Dal 2003 cura il sito www.cepollaro.it e il blog Poesia da fare (www.cepollaro.splinder.com), con i relativi Quaderni. Dal maggio 2005 il blog è diventato Rivista mensile on line in pdf , affiancando l'iniziativa Poesia Italiana E-book, avviata nel 2004: editoria elettronica di ristampe di poesia italiana tra gli anni '70 e '90 e inediti.

 

 

 

ANDREA INGLESE (1967). Vive e insegna a Parigi. Ha pubblicato un saggio di teoria del romanzo dal titolo L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo (2003) e le raccolte poetiche Prove d’inconsistenza, in VI Quaderno italiano (Marcos y Marcos, 1998), Inventari (Zona 2001), Bilico (d’if, 2004), Quello che si vede (Arcipelago, 2006), Prati / Pelouses (Camera Verde, 2007) e l’E-book, L’indomestico (Biagio Cepollaro E-dizioni www.cepollaro.it, 2005). In Francia, è stato pubblicato Colonne d’aveugles, in edizione bilingue (Le Clou Dans Le Fer, 2007). È uno dei fondatori de blog letterario Nazioneindiana (www.nazioneindiana.com) e cura Per una critica futura, trimestrale di critica in rete (www.cepollaro.it/poesiaitaliana/CRITICA/critica.htm).

 

 

 

ANDREA RAOS è nato nel 1968. ha pubblicato Discendere il fiume calmo, nel Quinto quaderno italiano di poesia (Crocetti, 1996, a c. di Franco Buffoni), Aspettami, dice. poesie 1992-2002 (Pieraldo, 2003) e Luna Velata (Marsiglia, CipM – Les Comptoirs de la Nouvelle B.S., 2003), Le api migratori, per oèdipus – collana liquid. È presente nel volume Akusma. forme della poesia contemporanea (Metauro, 2000). ha curato l’antologia Chijô no utagoe – il coro temporaneo (Tokyo, Shichôsha, 2001). Con Andrea inglese ha curato le antologie azioni poetiche Nouveaux poètes italiens, in «Action Poétique», (sett. 2004); e Le macchine liriche. sei poeti francesi della contemporaneità, in «Nuovi Argomenti» (ott.-dic. 2005). Sue poesie sono apparse in traduzione francese sulle riviste «Le Cahier du réfuge» (2002), «If» (2003), «Action poétique» (2005) e «Exit» (2005); e in traduzione inglese sul sito www.poetryinternational.org. Partecipa ai progetti àkusma e a Nazione Indiana www.nazioneindiana.com.

 

 

 

GABRIELLA MALETI è nata a Marano sul Panaro (Mo) nel 1942. Ha vissuto molti anni a Milano ed ora risiede a Firenze. È fotografa e autrice di video, nonché redattrice della rivista letteraria “L’area di Broca”. Cura con Mariella Bettarini le Edizioni Gazebo. È presente in molte antologie di poesia italiana contemporanea. Pubblicazioni: Poesia - Famiglia contadina (Editrice Forum, Bologna, 1977); Il cerchio impopolare (Salvo imprevisti, Firenze 1980); Madre padre (Società di Poesia, Milano 1981) (poesia); Il viaggio (con M. Bettarini) (Gazebo, Firenze 1986); La flotta aerea (Quaderni di Barbablù, Siena, 1986); Memoria (Gazebo, Firenze 1989); Fotografia (Gazebo, Firenze, 1999); Nursia (in collaborazione con M. Bettarini) (Gazebo, Firenze, 1999); Parola e silenzio (Gazebo, Firenze, 2004). Narrativa - Morta famiglia (Editori del Grifo, 1991); Due racconti (Gazebo, Firenze, 1992); Amari asili (Loggia de’ Lanzi, Firenze 1995 - il volume è stato tradotto in inglese dalla casa editrice Carcanet di Manchester nel 1999).

 

 

 

TOMMASO OTTONIERI  è nato nel 1958 ad Avezzano, in provincia dell’Aquila, ma è napoletano dalla nascita. Vive a Roma dove insegna all’Università «La Sapienza». La sua produzione in versi è contenuta in Elegia Sanremese (Bompiani 1998) e Contatto (Cronopio 2002). In prosa ha pubblicato Dalle memorie di un piccolo ipertrofico, con una nota di Edoardo Sanguineti (Feltrinelli 1980), Coniugativo (Corpo 10 1984), Crema acida (Lupetti e Manni 1997), L’Album Crèmisi (Empirìa 2000), Coro da l’acqua per voce sola (Edizioni d’If 2004) e il libro di saggi La Plastica della Lingua. Stili in fuga lungo una età postrema (Bollati Boringhieri 2000). Ha curato un’antologia poetica di Edoardo Cacciatore, L’esse blesa (Piero Manni 1997), e s otto l’ortonimo di Tommaso Pomilio, oltre a una quantità di saggi fra i quali Asimmetrie del due (Piero Manni 2002), ha pubblicato le poesie del padre Mario (Emblemi, Cronopio 2000).

 

 

 

ROBERTO VOLLER (Firenze, 1938 - 21 dicembre 2007) è stato per lunghi anni nella redazione di “Salvo imprevisti“. Redattore a suo tempo di “Abiti-Lavoro“, ha fatto parte della cooperativa libraria “Punti di mutamento“. È presente in varie antologie e riviste letterarie. Ha pubblicato tre libri di poesia e due ciclostilati, di cui uno con Luigi Di Ruscio.

 

 

 

NANNI BALESTRINI è nato a Milano nel 1935. Fece parte degli scrittori del gruppo dei Novissimi, che negli anni sessanta, ampliandosi, assumerà la denominazione di Gruppo 63. La sua vasta produzione comprende, fra l'altro, poesie sperimentali (è stato il primo autore ad usare il computer per comporre una poesia) e romanzi impegnati politicamente riguardanti le lotte degli anni sessanta e gli anni di piombo. Su questi argomenti ha scritto anche il saggio L'orda d'oro in collaborazione con Primo Moroni (Sugarco 1988). Il saggio verrà ristampato più volte da Feltrinelli con l'aggiunta di ulteriori contributi di Umberto Eco, Toni Negri, Rossana Rossanda e molti altri. Ha contribuito alla nascita di riviste quali Il Verri, Quindici, Alfabeta, Zoooom. In poesia ricordiamo: Come si agisce, Feltrinelli, 1963; Ma noi facciamone un'altra, Feltrinelli, 1966; Poesie pratiche, antologia 1954-1969, Einaudi, 1976; Le ballate della signorina Richmond, Coop. Scrittori, 1977;  Blackout, Feltrinelli, 1980 e DeriveApprodi, 2001, (con La violenza illustrata) Ipocalisse, Scheiwiller, 1986; Il ritorno della signorina Richmond, Becco giallo, 1987; Osservazioni sul volo degli uccelli, poesie 1954-56, Scheiwiller, 1988; Il pubblico del labirinto, Scheiwiller, 1992; Estremi rimedi, Manni, 1995; Le avventure complete della signorina Richmond, Testo&Immagine, 1999; Elettra, operapoesia, Luca Sossella, 2001, un cd audio e un libro di 64 pagine; Tutto in una volta, antologia 1954-2003, Edizioni del Leone, 2003; Sfinimondo, Bibliopolis, 2003. In prosa ricordiamo i romanzi: Tristano, Feltrinelli, 1964; DeriveApprodi, 2007; Vogliamo tutto, Feltrinelli, 1971; DeriveApprodi, 2004; La violenza illustrata, Einaudi, 1976 e DeriveApprodi, 2001 (con Blackout); Gli invisibili, Bompiani, 1987; DeriveApprodi, 2005; L'editore, Bompiani, 1989; DeriveApprodi, 2006; I furiosi, Bompiani, 1994; DeriveApprodi, 2004; Una mattina ci siam svegliati, Baldini & Castoldi, 1995; La Grande Rivolta, Bompiani, 1999 (comprende Vogliamo tutto, Gli invisibili, L'editore); Sandokan, storia di camorra, Einaudi, 2004.

 

 

postato da: cepo alle ore 16:05 | Permalink | commenti
categoria:poesia, lettura, cepollaro
martedì, aprile 08, 2008

STASERA, 8 aprile 2008, MILANO, ore 21:00

La casa della poesia

(largo Marinai d’Italia)

ESPERIENZE POETICHE

Quattro poeti leggono testi tratti dalle loro più recenti pubblicazioni :

Biagio Cepollaro, Marco Giovenale, Andrea Inglese, Andrea Raos

Le pubblicazioni:

Biagio Cepollaro, Versi nuovi (1998-2001), Oèdipus, Salerno 2004 (Collana “i megamicri”. Postfazione di Giuliano Mesa) e Lavoro da fare (2002-2005), E-dizioni Biagio Cepollaro, 2006 (Collana “Inediti E-book”. Postfazione di Florinda Fusco)

Marco Giovenale, Superficie della battaglia, La camera verde, Roma 2006 e Criterio dei vetri, Oèdipus, Salerno 2007 (Collana “i megamicri”. Postfazione di Cecilia Bello Minciacchi)

Andrea Inglese, Prati / Pelouses, La camera verde, Roma 2007 (collana “Felix”) e Colonne d’aveugles, in edizione bilingue, Le Clou Dans Le Fer, Reims 2007

Andrea Raos, Le api migratori, con immagini di Mattia Paganelli, Oèdipus, Salerno 2007 (Collana “Liquid”)

 

postato da: cepo alle ore 13:30 | Permalink |
categoria:poesia, lettura, cepollaro
giovedì, aprile 03, 2008

OEDIPUS EDIZIONI- APRILE

 

Mercoledì 2, ore 19,00

Teatro Palladium, Via B. Romano 8 -  ROMA

Cerimonia XIV ed. Premio Orient-Express.

Menzione di merito a

 

L’Urbana nettezza

di Francesco Muzzioli, oèdipus 2007

 

Venerdì 4, ore 18,00

Libreria Odradek

Via Principe Eugenio 28, 20155 - MILANO

 

Paolo Jachia

presenta

 

L’Urbana nettezza

di Francesco Muzzioli, oèdipus 2007

 

lunedì 7, ore 18,00

BOOKS IN THE CASBA

Via di Pré, 137R - GENOVA

 

Marco Giovenale, Criterio dei vetri

Postfazione di Cecilia Bello Minciacchi, oèdipus,

2007


letture dell’autore

intervengono
Luciano Neri, Massimo Sannelli, Paolo Zublena

 

martedì 8, ore 21,00

La casa della poesia

Largo Marinai d’Italia - MILANO

 

Biagio Cepollaro, Versi nuovi (1998-2001),

Postfazione di Giuliano Mesa, oèdipus 2004

 

Marco Giovenale, Criterio dei vetri,

Postfazione di Cecilia Bello Minciacchi, oèdipus 2007

 

Andrea Raos, Le api migratori,

Con immagini di Mattia Paganelli, oèdipus 2007

 

Letture poetiche

 

mercoledì 16, ore 19,00

Caffè Intra moenia, Piazza Bellini - NAPOLI

 

Giancarlo Alfano

presenta

 

Le Api migratori

di Andrea Raos, oèdipus 2007

 

giovedì 17, ore 18,00

Papyrus cafè, via dei Lucchesi 28 -  ROMA

 

Marco Giovenale, Criterio dei vetri


letture dell’autore

 

intervengono
Damiano Abeni, Antonella Anedda, Cecilia Bello

Minciacchi

 

 

Martedì 22 e mercoledì 23, ore 20,00

J. Cabot Univ., V. della Lungara, 233, ROMA

 

InVerse: Italian Poets in Translation, IV ed. 


partecipano

Giulio Marzaioli [Quadranti, oèdipus, 2006] e Andrea Raos

 

con Frasca,  Riviello, Insana…

 

Lunedì 28,  ore 15,00/17,00

L’Orientale, v. Marina, 58 -  NAPOLI

 

Gerardo Grossi e Claudio Franchi discutono di

 

Li cunte rë zi Calliste

raccolti e tradotti da Callista e Modesto Fragetti

oèdipus, 2002

 

 

 

 

 

 

 

 

postato da: cepo alle ore 14:40 | Permalink |
categoria:poesia, lettura, cepollaro
martedì, aprile 01, 2008

 

I testi della lettura. 8 aprile, ore 21.00, alla Palazzina Liberty di Milano

(Largo Marinai d’Italia).

Posto alcuni testi che leggerò l’8 aprile nell’ambito della serata

Quattro esperienze poetiche:

Biagio Cepollaro, Marco Giovenale, Andrea Inglese, Andrea Raos

 

*

Biagio Cepollaro, da Versi Nuovi, Oedipus, Salerno,2004

 

Il piccolo e il grande (1923, 1997)

(tra Carlo, il padre e Carlo, il figlio)

il piccolo chiede perché c’è buio e perché

luce

il grande risponde che la terra tutti noi giriamo

e lentamente

girando

viene buio e luce e poi luce e buio

che non scompare che ogni cosa luminosa ritorna

e varia

più cupa più pioggia e anche

allarme

dell’auto taglia notte e tuono

chiede abbraccio

poi infermiere strattonarono il corpo in una deposizione

senza pietà

mento penzolante

sul petto

pigiama

freschissimo

in fretta senza riguardo che proprio a loro

toccava il turno

dell’ora più calda di giugno in fretta a sistemare

il morto

a raccogliere lenzuola e fasce

da bruciare

altrove

non bisognerebbe chiedere alle cose

di parlare tra loro: sono lì

a graffiare per solo attimo il cielo e l’insieme

non dice più

delle linee della mano: foglia erba tronco tromba

d’aria

prima gli disse che poteva chiudere

in pace

il conto

che buono era stato

il passaggio

visto da fuori c’era stato di tutto

per una vita

media degli anni

sessanta

dall’ebete

giovinezza alle bombe

il paese fatto colonia comprato prima con pane

di grano e poi in sviluppo e progressione

con frigorifero ascensore auto

e televisione

la storia è cornice troppo grande

e sfilacciata l’omino neanche si vede

nel paesaggio e poi la cornice non è

che un altro quadro l’unico che c’è

fermo

sulla parete

il resto tutto il resto è apparso e sparso

però

che vuol dire visto

da fuori e media vita

non c’è fuori che tiene ma qualcosa uno

deve pur dire

nell’ultimo commiato: ti sei fatto già piccolo sei già

labile

ricordo

te ne vai

al tuo minimo termine

che un altro

anno

non avrebbe cambiato ma lui diversa

se l’era immaginata

non così oppressa da minuzie la credeva

solenne e per sola volta

immune

non bisognerebbe chiedere alle cose

di arredare le nostre attese e anzi

non bisognerebbe attendersi niente

dalle cose (calcolando le orbite

delle comete quando vaganti

montagne e città e le infinite

interazioni le magnetiche

passioni della terra)

se anche ora volesse leggergliela lei non avrebbe tempo

e riposo non avrebbe aria

libera

è così difficile pane guadagnarsi quotidiano o è un’altra

l’ansia

del tutto pieno

prende contegno il panico una misura e forse

sarà davvero sbucata su di una via

più sua

lui neanche ci prova

ora che tra i due interpone

un grande

vuoto

non bisognerebbe chiedere alle cose

di restare

né puntare ogni porta

che si apre

non bisognerebbe stare dove nulla

è stato

non è monumento: ecco è questa

la vecchia

abitudine della pietra

ad insistere

con pietra e carta, appunto,

si tratta solo di un momento

intanto

si sente uno che è scampato

col suo panino in sorte buona o saggia

ma poi non è importante che sappia

(non arriva mai

diretta

la vicinanza)

solo che è strano: è come essere ai lati

opposti

della terra

ognuno con ciò che chiama

buio

ognuno con ciò che chiama

luce.

                                                    1999

*

Secondo incipit

sono vere queste nostre

prove d’amore e davvero

dovremo in un punto

di botto

interromperci

come tutto il resto

come tutti. a questo

ho pensato quando

con busta gialla e radio

grafia mi son visto

in metropolitana e poi con bocca

aperta attendere

seduto davanti

a tubo catodico che scruta

scocco di sentenza

stamani ad esempio la luce

di milano era commovente

e diceva come scrive giuliano

in un frammento

d’opera: il tempo

è tutto insieme è uno solo.

e non si tratta di disconoscere

il male anzi è che il male

non comincia fuori

dalle nostre case

abbiam fin qui edificato

case senza gentilezza

presumendo che dai morti

fiorissero liberi

che il nocciolo è proprio la violenza

che rimbalza

( la forma che nel tempo

ha assunto il capitale

è miseria più antica)

a questo ho pensato

con bocca aperta davanti

a tubo catodico

che questo corpo

fosse giunto a termine

come l’auto che presto

bisognerà cambiare

e allora

chi è a pensare?

e così occorre di nuovo

riconsiderare cos’è la mente

e se basta il cervello a significarla

che troppo abbiam parlato

e scritto e troppo

abbiam presunto

dalle opere

e le opere che erano carta

alle prime piogge

si sono sciolte

per questo ora la poesia

vive solo di amicizia

e ascolto dicendo come fa

il vento tra le rovine

o tra mattone

e mattone quando la calce

è ancora troppo viva

per abitare

*

sono vere queste nostre

prove d’amore. a questo

pensavo alla mente

dietro al pensiero

se è vero che materia

ed energia si scambiano

la parte

e se la mente non dipende

dal tanto delle cellule

ma è proprio altra

cosa che solo prende vita

diversa per chi di vita

in vita bene

l’amministra

e le case che sono di cartone

alle prime piogge

crollano

e i pensieri che sono aria

alle prime piogge

si dissolvono

perché ciò che chiamiamo storia

è quotidiano spasmo e convulsione

(e milano si blocca

se piove

con fiumi ai bordi

dei marciapiedi

con ombrelli

che s’affollano esitanti

per chi ha il coraggio

di guadare)

e così occorre di nuovo

riconsiderare cos’è la mente

e se basta

il cervello a significarla

perché il bene non può

aggiungersi al senso

di un’azione

che dove noi abbiamo

diviso e sezionato non c’era

da dividere o sezionare

ma solo di essere capaci

di una pausa

per non sovrapporre alla cosa

lo strumento

alla decisione

la paura che la cosa

distorce e annulla

e allora in questo secondo

inizio non c’è nulla

da fare

ma solo da affinare

l’intuizione iniziale

perché se uno è il tempo

non val la pena di proseguire

e le cure e i destinatari

di amore e apprensione

e la stessa disciplina imposta

alle azioni

sono solo passaggi presto

riassorbiti in un’apertura

senza oggetti

per quanto dura

quell’unico tempo senza intenzione

( l’occidente

è stirpe che da sé si vota

all’estinzione)

perché pace non è intenzione

ma lungo addestramento

e diminuzione

( fin qui per ora le nostre prove)

                                                             2000

*

Biagio Cepollaro, da Lavoro da fare (2002-2005)

www.cepollaro.it/LavFarTe.pdf

 

V

eccoci qua: prossimi a riprendere

comando della nave

o navicella della picciola

barca che si prova con brivido

dell’inizio a navigare

- che è diverso dallo stare

a galla solo perché non si hanno

più segreti che dall’interno

bucano col tempo vele e scafo-.

eccoci qua dopo aver fatto tra flutti

la giravolta completa quasi fossimo

legati alla canoa quando la testa

nello scosceso di scogli scompare

e sembra per attimo tutto perduto:

ora lo possiamo dire quasi tranquilli

che una parte importante e tenace

di noi è morta e ci siamo svegliati

quando eravamo ancora in corsa

come nel film del viaggio tra stelle

in cui il cattivo a metà del tragitto

interrompe l’ibernazione: il tempo

azzerato ricomincia a scorrere

come nulla nell’immensità del tempo

cosmico

ora il tempo è reale e il viaggio

torna a misura umana che non è

affare di stelle ma di tensione tra paura

e suo superamento: non siamo mai

speciali nessuno lo è ci muoviamo

incerti come possiamo e quanto più

alziamo la voce tanto più ci stiamo

mancando mentre l’urlo vero

si fissa in un gesto congelato

ora noi veniamo da quel freddo

e dall’oblò le stelle non scorrono

come alberi dal finestrino dell’auto

ma restano stelle del cielo e noi

anche veloci sembriamo fermi

al nostro posto: non c’è altro

da fare che fare pace con nostre

miserie e sentirle fino in fondo

rospi da buttare giù

se vogliamo ancora mangiare

che non importa innanzitutto

raffinatezza di cibo ed esperienze

la tavola solo in parte è decisa

da noi e solo talvolta ci è stato possibile

aggiungere tocco elegante al centro

con vaso luminoso di fiori aperti:

importa possedere corpo che molto

in sangue trasforma e l’accaduto

ringraziare

forse per questo c’era piccola

preghiera all’inizio del pranzo

di Natale: perché navi partissero

bisognava fare sacrificio

di ciò che per anni ci era cresciuto

accanto

è strano come parti

di noi malate si fanno per noi

oggetti

sacri d’amore: fu questa

vera tracotanza di Agamennone:

non l’aver cacciato animale

proibito ma aver distolto sguardo

da sua vita concreta per vivere

sogno da re

e chi prega intorno alla tavola

già con l’occhio nel fumo odoroso

della pietanza cosa porta di sé?

non l’essere santo per solo

attimo rivolto al sacro ma proprio

quelle malate parti di sé: noi

siamo nell’occhio pieno di orrore

di Agamennone fisso nel terrore

della piccola Ifigenìa

e sapere cosa davvero sacrificare

è già una bella storia

e in quel fermarci a mani giunte

noi ci facciamo magico cerchio

e dentro, arresi, alla rinfusa spezzoni

di vita –chi può dire agìta

o subìta- alla rinfusa ché

a districare ci siamo fatti male:

che non solo allora ma anche ora

ci tiene tutti un palmo aperto

di mano

i cristiani all’inizio

nell’umidità dei rifugi

dicevano: ‘Signore, io non sono

degno’ e poi dicevano: ‘tu dì una sola

parola e l’anima mia

(io non sono

degno ma tu dì)

(una sola, una sola

parola)

(e l’anima mia)

sarà salvata’

ed erano in tanti appoggiati

di schiena alle pareti con i topi

già al riparo dentro i buchi

e i suoni del mercato che prima

venivano dalla strada risolti

ora in nulla

in colpi di tosse

in agitazione dei corpi

e il Signore che era in loro

forse principio di vita

emissione

iniziale di raggio

da cui protone

prese a stare in equilibrio

e danza

probabilistica

delle particelle

cominciò a disegnare l’intero

che mai fummo in grado

di scorgere

costretti sempre ad un sol polo

limitati in breve spazio

anche nell’ostinazione

da noi stessi fatti

più miseri

e questo mistero del vasto

e del senza tempo

questo suono che talvolta

ai più fortunati sembrò formarsi

nella gola per venire all’aria

stupìto di dire ciò

che senza articolazione di parole

era puro senso

questa cosa che chiamavano

Signore forse davvero

diceva loro parola che cercavano

è questa parola anzi è questo suono

puro senso che da soli

non avremmo mai scoperto

illusi su nostra auto-

sufficienza

e che scoprimmo solo

quando spezzati

fummo raccolti da chi

da anni già sapeva

che maggiore inganno

è credere di dover dare

senso e non esserlo già

nell’ignorato trafficare

delle strade

è questo suono acuto

e grave, limpido e

rauco

pieno e gracidante

questo suono ora

è dentro

al cerchio

di noi che non siamo

già più noi finalmente

a mani raccolte

ora

cerchiamo di capire dai moti

di labbra convulse che a noi

vengono dallo specchio di fronte

questa parola non sarà solo

per noi che non avrebbe senso

che il male non sciolto di uno

è in atto o prossimo male

per un altro: dentro al cerchio

con gli spezzoni -alcuni ancora

roventi- di vita alla rinfusa

noi cerchiamo di capire la parola

che salvandoci salvi i prossimi

a noi dall’odio

per noi stessi

e ora su quel palmo aperto

di mano che ci tiene proviamo

a starci tutti: ognuno con suoi

occhi bassi e col disagio

di non sapere come stare

in piedi o sedersi

proviamo a guardarci:

ciò che più ci ha feriti

al punto da doverlo

dimenticare ci dice che cose

non sono andate come ci piacerebbe

che il racconto deve essere scritto

di nuovo e l’ultimo capitolo

dovrà cambiare

e ora che di nostre debolezze abbiam fatto

fianchi in cui immergere spade

ora ognuno cercherà il suo posto

e lentamente si piegherà

fino a sedersi e a giungere mani:

Signore o Modello che incessantemente

si compie tirandoci dentro

con fili che non sappiamo

scorgere

con nostra testa

di lato ossessi

digitiamo

sui nostri cellulari

cellule che non riconoscono

più il tessuto

negate alla radice

che durano come si dice

un tot di tempo

totale parziale

e nostra inezia

‘Signore, non siamo degni ma tu dì

solo una parola, la stessa parola

che balbettando abbiam provato

mille volte a dire e maldestramente

Signore, insegnaci la parola che troppo

confusi siamo per dire e per ascoltare

insegnaci una nuova tenerezza

che le nostre madri furono troppo

oscurate per amarci -loro stesse

da te troppo lontane- fa che l’orrore

di Agamennone e il terrore di Ifigenìa

abbiano avuto un senso, fa che le navi

possano partire che il vento si alzi…

‘Signore, non siamo degni ma amare

per noi è cosa difficile: anni e anni

di disamore hanno coperto la nostra

voce e abbiamo rabbiosamente preteso

che qualcun altro, oscurato quanto noi,

per noi cantasse la tua canzone

‘Signore, noi non siamo degni, ma il volto

che stamani vediamo allo specchio

è il nostro e quella bocca ci parla

e fluente scorre la parola e dagli occhi

agli occhi ci riversa un fuoco che fin qui

mai ci ha bruciato: accettalo e l’anima

nostra sarà salvata’

 

Biagio Cepollaro, da Lavoro da fare (2002-2005)

 

postato da: cepo alle ore 13:34 | Permalink |
categoria:poesia, lettura, cepollaro