Volentieri - e anche un pò’ imbarazzato- posto la parte che mi riguarda della risposta al questionario sulla funzione Fortini di Erminia Passannanti, così come la sua gentilezza me l’ha inviata via e-mail
B.C.
Erminia Passannanti
5. Vedo sopravvivere la funzione-Fortini in poeti noti e meno noti, come Biagio Cepollaro o Enrico Cerquiglini, molto impegnati e sensibili alla crisi del presente, con l’incombente minaccia dell’analfabetismo culturale e storico che investe ampie fasce della popolazione fatta retrocedere ad un centinaio di anni fa per le bieche manovre populiste delle gerarchie al potere. Questa funzione-Fortini come poesia della vera dissidenza, senza bandiera, patriottismi degeneri e dirigenti, ho cercato di farla rivivere in me curando due edizioni dell’antologia Poesia del Dissenso. Fortini, si sa, nelle sue provocazioni, verbali e scritte, porte in forma poetica o discorsiva, saggistica, tendeva a forme di radicalismo che non di rado scatenavano conflitti ideologici, animosità ed inimicizie con i suoi interlocutori, come accadde nella nota polemica con Pier Paolo Pasolini. Spesso ferito dagli esiti di tali scontri, chiedeva ai suoi versi di rendere giustizia al loro fine ultimo, che era quello di conferire senso alle contraddizioni, stabilire un dialogo: “A loro chiedo aiuto perché siano visibili/ contraddizioni e identità fra noi/ Se un senso esiste, è questo.” (Franco Fortini, L’ospite ingrato, 1966). Si trovò a dovere giustificare pubblicamente le intenzioni celate dietro questo suo atteggiamento provocatorio e polemico, che era sostanzialmente la funzione politica a cui allude Mengaldo, di cui per altro Fortini non riteneva di dover chiedere venia:
“M’auguro naturalmente che alcune di quelle pagine possano essere intese anche per quel che dicono, lì, punto e basta. Ma più convinto sarei se tra i versi, gli pseudo versi e le prose, chi legge non avvertisse la coerenza di una persona, che non conta niente, ma almeno in traccia riconoscesse le contraddizioni d’una età e che per lui contassero.” (Franco Fortini, L’ospite ingrato, 1966).
Fortini, vale ricordarlo, da vero comunista quale mai era stato riconosciuto d’essere, intendeva che la nazione vivesse il presente in nome di una volontà riformatrice e progressista che non indietreggiasse dinanzi alle antinomie della ragione, e che, anzi, sapesse esporne le fratture e farsene carico. E dunque mostrava continuamente di avere profonda coscienza di questo tempo scisso, il quale, per diffuso disorientamento e disordine epocale, necessitava presupposti e procedimenti rigorosi, formalmente controllati. Per questa ragione, il tema della contraddizione emerge ed è, in ogni tipo di scrittura di Fortini, motivo intrinsecamente politico: non l’esito di una rinuncia all’impegno, ma la protesta di un intellettuale incessantemente focalizzato sulla storia e sulla realtà e su come riformarla.




