giovedì, luglio 24, 2008

Biagio Cepollaro, Su L’Uomo avanzato di Mariano Baino, Le Lettere, 2008

 

 

1. La metafora del naufrago è solo lo spunto iniziale, un pretesto, per avviare un’indagine sul senso del titolo: ‘L’uomo avanzato’. Una ricognizione della piena maturità di Baino che sceglie, come punto di osservazione, una terra che non è propriamente una terra –piccola isola- e un orizzonte tanto vasto e preciso quanto ‘inattendibile’, giacchè questo è il mare e insieme la condizione naturale dell’uomo. Per rovesciamento dei significati: la natura seconda, artificiale, metropolitana  avrebbe il pregio dell’attendibilità, mentre la natura prima no.

E questo rovesciamento porta con sé la corrosione dell’ironia ma anche la posizione del problema: per l’uomo avanzato non c’è propriamente un luogo in cui collocarsi e riconoscersi. E’ avanzato sia perché è un di più rispetto alla direzione che la Storia ha preso, sia perché testimonia di un ‘più’ rispetto alle vulgate ideologiche che provano ad acclimatare gli uomini nelle odierne società occidentali. E sembra che questi due sensi del termine ‘avanzato’ siano uno conseguenza dell’altro.

 

2. Nel radicale isolamento fisico è possibile saggiare la costitutiva natura sociale dell’uomo. Ma questi altri uomini, organizzati in società, sembrano non soddisfare le richieste di prossimità e vicinanza che il sogno della sparizione della solitudine esige.

 

3. Il personaggio all’inizio si mostra accondiscendente ma anche inquieto. La nave-crociera raccoglie in emblema la convenzionalità delle relazioni: è chiaro che qualcosa deve accadere, che le azioni compiute apparentemente per confermare tali convenzioni finiranno per sabotarle.

Il divieto viene trasgredito: il contatto diretto –assolutamente proibito- con la dimensione dell’Anima (il mare burrascoso) quasi per un lapsus viene realizzato. L’uomo perde l’equilibrio e finisce in mare, risucchiato dal mare degli archetipi e restituito ad un piccolo isolotto, cioè: ad un punto di vista assolutamente personale, critico, essenziale, impietoso e lirico, insieme.

 

4. Da questo punto di vista la scrittura tende a diventare bianca. Scrittura che appare denotativa ma il cui oggetto è già in prima battuta una connotazione. Guardare e descrivere all’interno di una situazione metaforica ha la concretezza del viaggio figurale.

 

5. In epigrafe al libro le citazioni da Eliot, Merton ed Eraclito. Cammino a ritroso verso il sapienziale a partire dallo scacco del Novecento.

 

6. Condizione postmoderna è assenza di futuro pur in presenza dello scorrere del tempo. Paradosso per il quale la storia non finisce ma i suoi racconti deperiscono in nulla, in nichilismo.

‘Si, io sono come intrappolato in una zona del tempo in cui manca il futuro. L’avvenire potrebbe riguardarmi solo se io vivessi in una collettività e se una collettività vivesse in me. devo imparare a perdermi nell’attuale, in una miriade di presenti...’ (pag.41).

 

7. A partire da questo sentirsi eccedenza, sia pure piombata in un punto di vista, il mondo appare una ‘confusa iniquità’ (pag.47).

 

 

8. Nella scissione c’è solo infinita descrizione dei resti. Prolissità vegetale, escrescenze delle spiagge. Fantasie, ricordi, allucinazioni: alghe che ‘avanzano’ ipertrofiche (sovralimentate da simboli) sul suolo disumanizzato della mente. E’ il narcisismo della scrittura che viene meno alla sua natura relazionale. Il mondo attendibile è iniquo ma è anche l’unico mondo in cui la parola ha davvero il suo senso. Al di fuori di esso risuona come , ancora una volta, un’escrescenza del silenzio.

 

9. La resa e la lotta ad oltranza, come quella che fu del soldato giapponese di cui il personaggio trova la spada.

 

 

10. Nella scissione c’è il germe della follia. Ma prima della follia vi è la lucidità del paradosso. Che è quello del nostro tempo che ci costringe a fare a meno della storia (della comunità, del legame sociale, della narrazione condivisa) pur in presenza dell’avanzare del tempo biologico tendenzialmente privo di articolazione di senso.

 

11. Non c’è soluzione in questo dramma, Lo si capisce non tanto dal fatto che la scissione non viene ricomposta neanche con il semplice ritrovamento del naufrago, quanto dal fatto che il pensiero critico ha fallito o mentito. ‘Questa è un’avanguardia, questa una retroguardia, questa è la scuola di Francoforte: volta la carta, Hiroo, ci vedi il denaro!’ (pag.102).

 

 

postato da: cepo alle ore 10:45 | Permalink | commenti
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